giovedì 1 maggio 2014

01.05.1994 - La fine di un mito


Un pomeriggio caldo, di quelli che obbligatoriamente un quattordicenne deve passare in Chiesa per il rito della 'dottrina domenicale', obbligato dai genitori. 
Giusto il tempo per guardare la partenza del Gran Premio di San Marino, ad Imola. L'ultima chance per il mio campione, il mio idolo, di riaprire il mondiale. Solo una vittoria potrà colmare leggermente il divario dei 20 punti tra Ayrton Senna da Silva e Michael Schumacher
E lui, come nei primi due GP, parte in pole position.
E' inutile che mi impegni a raccontare l'incidente, il piantone dello sterzo che si spezza alle ore 14:17 di quel giorno. E nemmeno che quel tragico fine settimana non terminò a quella Curva del Tamburello. La corsa doveva finire, è finita. Michael Schumacher vinse con la sua Benetton Ford, Flavio Briatore riuscì addirittura nei box a 'fare il pugnetto' in segno di vittoria.
Ma niente sarebbe stato più come prima.

Io uscii di casa piangendo mentre mi recavo in Chiesa. Non dissero nulla, alla televisione, se non che l'incidente era grave, che Ayrton non era cosciente.
Rispetto alle abitudini non mi fermai con gli amici dopo la 'dottrina' ma me ne tornai a casa. I miei genitori non erano in casa e cominciai, davanti ad una brioches ed un succo a girare canali per avere notizie. Nulla.
Fino alle 18:40. Una dottoressa dell'ospedale di Bologna. Ayrton era morto. Fine della corsa. Fine di un sogno. Fine di rimonte pazzesche, di giri al limite dell'umano.
Fine di un sogno del me bambino e delle sue macchine BBURAGO che gelosamente tenevo sulle mensole della mia camera. 

Nessuno mai come lui.

Non metterò alcuna fotografia o video di quel drammatico 1 Maggio 1994.

Soltanto quattro momenti di trionfi della sua carriera, quattro capolavori ancora oggi inarrivabili.
Lo voglio ricordare così.

Perchè, se è vero che il tempo distrugge ogni cosa, non potrà mai farlo con gli uomini buoni, con gli uomini che hanno emozionato il mondo intero rischiando la propria vita.

In fondo, per noi era uno spettacolo, trascorrere il tempo libero quello di guardare una gara di Formula1. Lui, con tutti i colleghi, rischiavano la vita ad ogni curva.
Fino a quel giorno, ad Imola. 
Ciao Ayrton.
Con le lacrime agli occhi e tutto il mio cuore da quattordicenne cresciuto.

Toleman 184 Hart - Lotus 97T Renault - Lotus 99T Honda - McLaren MP4/4 Honda - McLaren MP5/5 Honda - Williams FW16 Renault


Gran Premio di Monaco 1984 - La prima vera impresa di Ayrton, giovane debuttante in Formula1.


Gran Premio del Portogallo 1985 - Estoril - Un missile nero squarcia la pioggia, la prima vittoria di Ayrton a bordo della Lotus.



Gran Premio del Brasile 1991 - Interlagos - Ayrton vince per la prima volta in patria con gli ultimi quindici giri effettuati con soltanto due marce. Le urla di dolore e un sogno raggiunto.




Gran Premio del Regno Unito 1993 - Donnington - Il primo giro entrato nella storia e la superiorità sul bagnato.


mercoledì 30 aprile 2014

30.04.1994 - Imola - La fine di un pilota che rincorreva il suo sogno





A volte non servono molte parole per esprimere quello che si ha dentro. 
A volte ci si ricorda esattamente ciò che si stava facendo in quel momento, in quell'attimo nel quale in diretta, alla televisione, tutto si era fermato.
Avevo soltanto quattordici anni, il ritorno da scuola il sabato e un piatto di pasta riscaldata mentre i pollini già mi provocavano dei gran stranuti.
Rai2 a tutto volume per le prove ufficiali del Gran Premio di Formula1 di San Marino, nel circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola.
Un appassionato come me non poteva che essere collegato, con il pensiero fisso di vedere la Williams FW16 Renault di Ayrton Senna davanti a tutti per cercare di vincere il Gran Premio la domenica ed accorciare i punti di distacco da quel giovane tedesco, che già mi stava sulle scaltole, che portava il nome di Michael Schumacher.
Ma tutto questo non avrebbe avuto più senso da lì a poco dopo.

Un pezzo di metallo blu scuro, una bandiera rossa. Questi sono gli unici frammenti che ricordo, prima di vedere un casco biancorosso completamente piegato all'interno di una monoposto distrutta. Faticai a riconoscerla anche perchè mi pareva una di quelle F1 che, ad ogni GP, provavano invano a qualificarsi soltanto per disputare la gara la domenica.

Le immagini erano impietose. I soccorittori arrivarono immediatamente ma il sangue mi si era già gelato. Il replay fu ancora peggio. 
Alla curva Villeneuve la Simtek S941 Ford pilotata dall'austriaco Roland Ratzenberger prese letteralmente il volo ad una folle velocità di 314,9 km/h.
Il muretto ad attenderla prima di scivolare inerme sul rettilineo della Tosa.



Capii subito la tragedia. Per la prima volta nella mia vita stavo assistendo ad una morte in diretta, un ragazzo ucciso mentre stava facendo la cosa più bella della sua vita. Correre in Formula1.

E, appunto, non servono altre parole.

Oggi voglio solo ricordarlo, a vent'anni di distanza. 
Un ragazzo sconosciuto ai più che era riuscito ad arrivare in Formula1 dopo molta gavetta a bordo di una monoposto paragonabile ad un bidone motorizzato FORD, lenta ed assolutamente insicura.
Ma piuttosto di continuare nelle serie minori, Roland decise di tentare l'avventura con la Simtek che, fino all'anno precedente, costruiva macchine da cucire.

Ayrton lo voleva ricordare il giorno dopo portando una bandiera austriaca all'interno della sua Williams, da sventolare a fine gara.
I soccorritori troveranno la bandiera in ospedale e Ayrton non finirà mai quella gara, in quel fine settimana stregato.

Ecco Roland a bordo della sua Simtek il giorno precedente all'incidente mortale.
 
 
Il giorno precedente Rubens Barrichello, a bordo della sua Jordan 01 Hart, si schiantò contro le protezioni delle Acque Minerali salvandosi per miracolo.
Se la caverà con la frattura del setto nasale e di una costola.


Da quel giorno la sicurezza in F1 divenne un problema da affrontare immediatamante.

Da quel giorno Roland Ratzenberger riposa in Austria, dimenticato da tutti e da un mondo che sempre va più veloce.

Il suo sogno si interruppe bruscamente quel 30.04.1994. 
Il giorno toccò al più grande di sempre.

Il primo e il sogno dell'ultimo, uguali nella fine.

lunedì 17 marzo 2014

La Nuova Era della Formula 1 - Gran Premio d'Australia - Melbourne 14-15-16 Marzo 2014

La nuova era è cominciata. Una svolta epocale per il fantastico mondo della Formula1 e dei motori in generale. I motori V6 turbo hanno definitivamente soppiantato i V8 che fino a pochi mesi fa ci avevano abituato con il loro rumore completo, devastante ad ogni passaggio delle monoposto. Ora un piccolo sussurro ovattato, come quello dell'aspirapolvere casalingo, ci accompagnerà per molti anni di gare. 
In questo post invio i resoconti pubblicati sulla mia pagina facebook in merito all'andamento del primo Gran Premio di Formula1 2014, il primo di una nuova era. Cercherò di accompagnarvi in questo viaggio di emozioni, vicende umane sempre al limite con il pericolo che sfreccia  a più di 300 km/h.
Buona lettura e ricordate che, come sempre, il tempo distruggerà ogni cosa.
  
VENERDI' 14 MARZO 2014 - PROVE LIBERE

Primi aggiornamenti sulle prove libere del GP di Melbourne, Australia ossia l'inizio di una nuova era nella Formula1. Come al solito, chi già dava per morta la RedBull Racing Renault di quel genio di Adrian Newey deve già ricredersi dato che, volenti o nolenti, sono quarti con Sebastian Vettel e sesti con Daniel Ricciardo. 
Buona la Ferrari che con Fernando Alonso strappa il terzo posto dopo aver fatto registrare il miglior tempo nelle prime sessioni. 
Imprendibili le Mercedes di Lewis Hamilton e Nico Rosberg, probabilmente saranno le vetture che monopolizzeranno il mondiale. 
Male Kimi Raikkonen, nono tempo per lui. Benissimo le Williams Mercedes di Bottas e Massa (settimo e dodicesimo tempo dopo il secondo e il terzo delle prime sessioni). Malissimo le solite Caterham Renault e Marussia Ferrari, la Sauber Ferrari e completamente scomparse le Lotus Renault che se non modificheranno qualcosa rischieranno di non arrivare a fine stagione. Sorprendenti le Toro Rosso Renault date per morte in avvio ma che piazzano Vergne undicesimo. Benino le Mclaren Mercedes. A domani con le qualifiche ufficiali.

(Lewis Hamilton - Mercedes W05)

 SABATO 15 MARZO 2014 - PROVE UFFICIALI


In attesa della gara prevista per domattina ore 07:00 ecco le impressioni dopo la prima pole position della stagione. La pioggia ha fatto da padrone negli ultimi dodici minuti delle prove e, come pronosticato dal sottoscritto ieri, il più veloce è stato Lewis Hamilton con la sua freccia d'argento Mercedes. 
E' sembrato davvero imprendibile e le previsioni per la gara lo danno sicuramente favorito. 
Si strozza in gola l'urlo degli australiani che erano pronti a festeggiare il connazionale Daniel Ricciardo, ottimo secondo all'esordio sulla sua Red Bull Racing. 
Surclassato il campione del mondo Sebastian Vettel, sembrato in crisi, che fatica a trovare il feeling con la vettura. 
Nico Rosberg, ottimo terzo, resta l'unico in grado di impensierire il compagno nella gara di domani. 
Sicuramente da elogiare Kevin Magnussen che con una sorprendente McLaren Mercedes ottiene un fantastico quarto posto davanti ad un abulico Fernando Alonso su Ferrari. Nota di merito anche per Nico Hulkenberg che con la sua Force India Mercedes si piazza settimo, distruggendo il compagno di squadra Ceco Perez, sedicesimo. 
Un pò di Italia la troviamo al sesto e all'ottavo posto con le Toro Rosso Renault che sono la vera sorpresa delle qualifiche. 
Dispiace, invece, trovare a centro classifica campioni come Jenson Button, Kimi Raikkonen e Felipe Massa che potevano sicuramente ottenere di più. 
Bottas, con la seconda Williams Mercedes, partirà quindicesimo per avere sostituito il cambio prima delle qualifiche. Citiamo anche Kamui Kobayashi che dopo un anno di assenza dal circus porta la Caterham Renault ad uno storico quattordicesimo tempo. 
Che cosa dire delle Lotus Renault. 
Clamorosamente e tristemente ultime, mai in gara con Grosjean e Maldonado che hanno esplorato i campi dell'Albert Park più di una volta. 
 A domani per la gara, buon inizio di stagione a tutti.
Ecco la Prima Fila di Melbourne.


 (Lewis Hamilton - Mercedes W05)

 (Daniel Ricciardo - Red Bull Racing Renault RB10)


DOMENICA 16 MARZO 2014 - GRAN PREMIO DI AUSTRALIA

Tredici vetture all'arrivo. Non è un buon inizio per questa nuova Fomula1. 
Poche emozioni, pochi duelli e situazioni stabili fin dall'inizio dove, pare, si sia pensato sostanzialmente a risparmiare e dosare il carburante per arrivare a fine gara. Sembrava più che altro un festival di turisti in agosto in partenza per le vacanze che con quel che costa la benzina puntavano al minimo sindacale. E comunque il mio favorito Lewis Hamilton ha dovuto abbandonare subito la gara, Sebastian Vettel comincia a capire che si fa fatica a guidare una macchina 'normale' che può avere dei problemi ed è inutile che faccia il bambino incazzato dopo il ritiro. 
Complimento a Nico 'Leonardo DiCaprio' Rosberg che domina letteralmente la gara lasciando agli altri le briciole. Già gli altri? E chi sono? Dove sono? Daniel Ricciardo sicuramente ha fatto un'impresa con una Red Bull Racing Renault così così, peccato che ai box abbiano fatto i conti sbagliati e abbiano messo più benzina del consentito: secondo posto annullato ed abbattuto dal nuovo regolamento. 
Peccato, in Australia era già festa nazionale. E poi? Eccola la sopresa. 
Le Mclaren Mercedes sono tornate, sfrecciano velocissime e completano il podio completamente grigio metallizzato. Kevin Magnussen fa le scarpe al veterano Jenson Button e chiudono secondi e terzi. Si vede un pò di rosso ai piedi del podio con Fernando Alonso ma le Ferrai sono ancora molto molto indietro (Kimi Raikkonen settimo alle prese con numerose escursioni sul prato di Melborune). Valtteri Bottas e la sua Williams Mercedes chiudono quinti ma non basta, il podio era a portata di mano se il finlandese non avesse sbattuto contro il muretto. Si conferma Nico Hulkenberg al sesto posto con una bella e veloce Force India Mercedes (un punto anche per Sergio Perez, decimo) e soprattutto merito alla Scuderia Toro Rosso Renault che chiuduno ottavi e noni con Vergne e l'esordiente russo-romano neopatentato Kvyat. Palma dei peggiori alle Lotus Renault, voto zero per una monoposto che assomiglia ad un tricheco e non solo per le forme. 
Voto meno dieci al ritorno in F1 di Kamui Kobayashi che abbatte il solito sfortunato ed incolpevole Massa con un tamponamento come se fossimo sul Grande Raccordo Anulare.
In attesa del prossimo GP in Malesia e sperando in un pò di azione in più, ecco la classifica del GP di ieri con i relativi punti piloti e costruttori. Ci vediamo tra due settimane!
Ed ecco le due monoposto argentate, completate da Jenson Button con l'altra McLaren Mercedes MP4-29, che hanno dominato la prima tappa di questa incredibile avventura.


(Nico Rosberg - Mercedes W05)



(Kevin Magnussen McLaren Mercedes MP4-29)


CLASSIFICA PILOTI

1) Nico Rosberg 25
2) Kevin Magnussen 18
3) Jenson Button 15
4) Fernando Alonso 12
5) Valtteri Bottas 10
6) Nico Hulkenberg 8
7) Kimi Raikkonen 6
8) Jean-Eric Vergne 4
9) Daniil Kvyat 2
10) Sergio Perez 1


CLASSIFICA COSTRUTTORI

1) McLaren Mercedes 33
2) Mercedes 25
3) Ferrari 18
4) Williams Mercedes 10
5) Force India Sahara Mercedes 9
6) Scuderia Toro Rosso Renault 6
7) Sauber F1 Ferrari 0
8) Marussia Ferrari 0
9) Lotus Renault 0
10) Caterham Renault 0
11) Red Bull Racing Renault 0


POLE POSITION

Lewis Hamilton - Mercedes W05 1'44''231

GIRO PIU' VELOCE

Nico Rosberg - Mercedes W05 1'32''478




lunedì 9 dicembre 2013

Eroe Senza Mai Vincere: La Storia di David Purley


Un grandissimo appassionato della Formula 1 e della sua storia come me non poteva non dedicare un articolo del mio blog a questo sport e, soprattutto, ai protagonisti che hanno fatto di questo incredibile spettacolo poesia, arte, vita e morte.

Oltre alle doti immense di ingegneri e progettisti che hanno dedicato la propria vita a costruire monoposto sfidando aerodinamica, legge della gravità e della fisica il vero cuore pulsante di questo sport sono i piloti. Eroi senza tempo che dai primi anni cinquanta si sfidano su circuiti storici, volando a più di 320 km/h con bolidi incollati all’asfalto.
Con il passare degli anni la sicurezza sia nei circuiti e sia sulle monoposto è diventata fondamentale, mettendo giustamente in primo piano la vita del pilota.
Per troppi anni ragazzi di tutte le nazioni hanno perso la vita sull’asfalto per mancanza di sicurezza, per vie di fuga su circuiti completamente assenti e per auto costruite solo ed esclusivamente come tentativi di andare più forte della concorrenza, utilizzando materiali di fortuna e, troppo spesso, fatali in casi di incidenti.

Ciò che non è mai cambiato è la forza, la passione con le quali i piloti ogni Gran Premio si accomodano sulla loro vettura, domandandosi se arriveranno mai sani e salvi al traguardo.
Ma cosa è esattamente che appassiona così tante persone sparse nell’universo a questo sport? Non è solo l’aspetto tecnico delle auto ma l’umanità, il coraggio del pilota.
Così superuomo e così fragile allo stesso tempo quando sale sulla propria auto, così emozionante quando sfreccia giro dopo giro sotto i nostri occhi.

Per questo voglio raccontare, brevemente, la storia di uno di questi eroi, un pilota che verrà ricordato per un unico gesto, per la sua disperazione più che per le imprese a bordo di una monoposto.
Un pilota che non ha mai raccolto un solo punto nella sua carriera, che vanta come miglior piazzamento un misero nono posto ottenuto nello storico circuito di Monza, in Italia nel 1973.

Si chiama David Purley, nato a Bognor Regis in Inghilterra il 26.01.1945 e deceduto nella stessa città, a bordo di un aereo acrobatico, durante un’esibizione, il 02.07.1985 dopo che si era ritirato come pilota di Formula 1 già da qualche anno.
Nel 1973 viene ingaggiato dalla Scuderia Britannica March Engineering che gli offre il posto di seconda guida sulla monoposto 731, da affiancare all’altro pilota rampante Inglese Roger Williamson.
La March non è sicuramente una delle scuderie che può vantare grande impatto economico e la vettura si dimostra molto scarsa.
Purley riesce a qualificarsi per il Gran Premio di Polonia e per il Gran Premio casalingo, a Silverstone dove però non riesce a giungere al traguardo.


Il suo terzo Gran Premio diventerà, suo malgrado, la corsa più famosa alla quale abbia partecipato.
Si corre a Zandvoort, lo storico circuito olandese, il 29.07.1973. Jackie Stewart e Francois Cevert sono i favoriti, la Tyrrel Ford che guidano hanno un passo in più delle avversarie più temibili, le Lotus Ford di Ronnie Peterson e del campione del mondo uscente Emerson Fittipaldi. Il grande caldo di quell’estate cuoce i motori Ford delle due Lotus e le Tyrrel volano verso una splendida doppietta mentre il rampante James Hunt a bordo di una sorprendente Hesketh combatte per il terzo posto con la McLaren del ‘Golden Boy’ Americano Peter Revson.
All’ottavo giro, nelle retrovie, la March 731 del promettente Roger Williamson perde il controllo della vettura. L’auto si ribalta e scivola a 250 km/h contro il guard-rail prendendo fuoco. Williamson si trova intrappolato nella monoposto capovolta, in fiamme.
C’è molto fumo in pista e le auto sfrecciano velocemente, senza fermarsi e senza capire cosa stia succedendo.
Pochi metri dopo l’impatto, giunge il compagno di squadra di Williamson, David Purley a bordo della seconda March.
David vede le fiamme, il fumo e parcheggia la sua auto.
Esce velocemente dalla sua monoposto, attraversa pericolosamente il circuito e corre freneticamente per una ventina di metri verso la macchina in fiamme di Williamson.

Ciò che accadrà nei minuti successivi è qualcosa che non si dimenticherà mai in questo sport. In presa diretta tutto il mondo si accorge della mancata presenza dei mezzi di soccorso sul circuito ed assistono ad un uomo, spogliato della sua figura di professionista che, da solo, con un estintore di fortuna prova a salvare la vita del suo compagno, collega, amico, pilota. Chiede alle persone che giungono sul posto di fermarsi, di aiutarlo a capovolgere l’auto per estrarre Williamson.
Nessuno si ferma, né altri piloti, né altre persone presenti sul circuito.
L’incidente di Williamson si rileverà fatale, morto carbonizzato all’interno di quel che rimarrà della sua March 731.
David Purley si contorce dal dolore, ha un mancamento e se ne va distrutto, disperato dal non avere potuto fare niente senza aiuto.

Fu la prima volta nella storia della Formua 1 che un pilota si ritirò di spontanea volontà per soccorrere un collega. Il gesto è entrato nella storia e David Purley rimane, anche oggi, un dei veri eroi di questo sport.


 La sua carriera non prese mai il volo. Nel 1974 passò alla piccola Scuderia indipendente della Token non riuscendo mai a qualificarsi per un Gran Premio. Nel 1975 acquistò una monoposto privata a la chiamò LEC, nome dell’azienda famigliare che produce frigoriferi.
Il miglior piazzamento fu un tredicesimo posto al Gran Premio del Belgio di Spa-Francochamps. 
Quello stesso anno, a Silverstone, Purley fu protagonista della più incredibile decelerazione mai vista. Per la rottura di un’ala Purley si schiantò contro il muro della curva due del circuito inglese passando da 163 km/h a 0 km/h in appena 63 centimetri. Purley miracolosamente uscì dal terribile incidente vivo ma  con varie fratture in tutto il corpo che lo portarono al ritiro dalla Formula 1.
I rottami della LEC 1 sono attualmente esposti al museo della storia della Formula 1 a Donnington, Inghilterra.


Vi lascio accompagnati dal tragico video di quel giorno, il 29 luglio del 1973 a Zandvoort.
Le immagini sono molto forti e violente ma vale la pena assistere al coraggio, l’umanità e la tristezza di un uomo, con un casco nero in testa, solo contro tutti che prova a salvare una vita umana.
La corsa quel giorno non si interruppe. Le Tyrrel vinsero con facilità, il campione Jackie Stewart si impegnò, da quel giorno, in una lunga battaglia per la sicurezza dei piloti in tutti i circuiti del mondiale.

David Purley, eroe.
Come non ce ne sono più oggi, in questo mondo in cui vincere rimane la cosa più importante senza remore e senza umanità.

Buona visione e ricordate che il tempo distruggerà ogni cosa.
Tranne i veri eroi, i coraggiosi e chi pensa che la solidarietà umana sia sempre la cosa più importante, oltre l’indifferenza.


martedì 29 ottobre 2013

'Blue In The Face' - Lou Reed è Morto, Io Non Sto Tanto Bene.



Domenica scorsa mi sono sentito come quel 06 Aprile del 1994. Avevo appena quattordici anni e soltanto la sera prima Kurt Cobain se n’era andato, con un colpo di fucile sparato in gola. Tradito. Questa era la sensazione in quella giornata di tristezza assoluta. 

Ricordo l’emittente di Vittorio Cecchi Gori, VideoMusic, che trasmetteva i video dei Nirvana uno dopo l’altro. Da ‘Smells Like Teen Spirit’ a ‘Heart-Shaped Box’. Un commiato perfetto, uno dei primi tributi in diretta di un personaggio che ci aveva lasciato. O meglio, per quanto mi riguarda, tradito. 
Da quei video cominciavo ad osservare in maniera diversa quello che ascoltavo dal mio vecchio walk-man. I suoi occhi, azzurri come il cielo ma così pieni di tristezza e rabbia. 
E io, adolescente che si apprestava ad andare a studiare a Bergamo Città, che lo credevo un mio amico, un bravo ragazzo con l’aspetto di un angelo, pronto a sparare merda sul classico pop inglese che girava ininterrottamente nelle radio in quel periodo.
Era semplicemente un alternativo, era grunge, punto.
Così non ero né arrabbiato, né triste ma semplicemente ferito. Come se avessi perso un amico, nonostante lo potessi riascoltare in ogni momento e fino alla fine dei miei giorni.



Domenica sera, 27 Ottobre 2013 se ne è andato Lewis Allan Reed o, più semplicemente, Lou Reed. Ci ha lasciati in circostante diverse, nessuno sparo e nessun suicidio, nonostante tutto.
Un trapianto di fegato riuscito non troppo bene, le svariate medicine assunte e gli elevati rischi di un rigetto. 
Così Lou ha resistito un anno e mezzo prima di spegnersi silenziosamente, come il suo esordio con i freddi ma spettacolari Velvet Underground.
Anche questa volta mi sento ferito, come se un altro mio amico se ne fosse andato per sempre. Mi ha accompagnato in momenti di disperazione e nei miei viaggi, sussurrandomi nelle orecchie ‘Perfect Day’ oppure ‘Vicious’ oppure ‘Satellite Of Love’.
Ricordo un pomeriggio a Manhattan Beach, Los Angeles mentre camminavo nel sole californiano e fischiettavo con il mio mp3 nelle orecchie ‘Walk on the Walkside’.



Non vi annoierò con tutta la sua discografia e tutti i problemi passati da piccolo. Nemmeno della sua influenza in generi musicali completamente diversi tra loro come il classic rock, il glam, il punk e la new wave. Sicuramente senza di lui gente come David Bowie oppure gruppi come Joy Division o più tardi ancora i R. E. M. non sarebbero mai esistiti.

Volevo solo dirvi, miei affezionati darklings, che la musica ha uno di quei ‘mostri sacri’ in meno, che le mie orecchie e il mio cuore non avranno più un cantore come Lou a tenermi compagnia la domenica mattina e non solo.
Lo voglio ricordare nello splendido film di Wayne Wang ‘Blue In The Face’ del 1996, tratto da un racconto dello scrittore Paul Auster, interpretare ‘L’uomo con gli strani occhiali’.

E volevo salutarvi con uno dei pezzi più incredibili del suo repertorio. Era il 1967, e negli Stati Uniti d’America costernati dalle contraddizioni, Lou rivendicava la sua bisessualità dichiarando al momento di ‘aspettare il suo uomo’ che ‘arriva sempre in ritardo e non è mai in anticipo’…ladies and gentleman 'I'm Waiting For The Man'.


mercoledì 28 agosto 2013

La Musica del Diavolo - Il Blues del Mississipi



‘Per me Robert Johnson è il più importante musicista blues mai vissuto. Non ho mai trovato nulla di più profondamente intenso. La sua musica rimane il pianto più straziante che penso si possa riscontrare nella voce umana.’
Eric Clapton – Intervista pubblicata nel booklet del doppio album Robert Johnson – 'The completed Recordings'.

Carissimi lettori, eccomi tornato dopo la pausa estiva contraddistinta da enormi cambiamenti e da abitudini da costruire e da lasciarsi alle spalle. Ma questo è già un altro discorso. Siamo tutti portati a lamentarci, a piangere sulle nostre disgrazie e a prendercela con delle situazioni non definite, cose astratte come il destino, il fato e le coincidenze.
Per questo l’uomo ha avuto bisogno di sfogare questi lamenti, questa frustrazione al limite tra l’autoreferenzialità ed il vittimismo. Ecco perché l’uomo ascolta la musica, ecco perché gli esseri umani, da sempre, ascoltano il blues.

E’ da un lamento che,  nel 1931 a Copiah County – Mississipi - , un ragazzo di colore disperato ed ubriaco fradicio di nome Robert Leroy Johnson (nato ad Hazlehurst l‘ 08.05.1911) inventa il blues. 
Vagava da mesi in cerca di una sistemazione, tra i villaggi del Mississipi, lacerato dalla morte della sua giovane moglie sedicenne Virginia Travis, deceduta mentre dava alla luce il suo primo figlio. Senza famiglia, senza casa, senza soldi e con tanta rabbia in corpo Robert trascorre le sue giornate tra donne e whiskey cercando, ogni tanto, un pezzo di legno con delle corde per strimpellare qualche nota e raccontare delle storie.
La musica diventa una vera e propria passione, la sua unica e nuova ossessionante compagna di vita. Ogni sera modella quel pezzo di legno e cambia la sistemazione delle corde, ogni ‘fuckin’ night’ si esibisce davanti ad ubriachi del posto con una chitarra diversa, innovativa. Ma ciò che più impressiona è il movimento delle dita sulle corde, virtuosismi mai visti a velocità pazzesche. Musica che risuona in maniera sempre più complicata e complessa con testi strazianti di vita vissuta, amori perduti, solitudine e cuori spezzati.
Il suo modo di suonare diventa una stupefacente tecnica chitarristica basata sostanzialmente sul 'fingerpicking' e tuttora additata come una delle massime espressioni del blues; le evocazioni generate dalla sua voce e dalle sue complesse strutture chitarristiche; il sinistro contenuto dei suoi testi, pur largamente improvvisati (come era ovvio per il genere, all’epoca), spesso narranti di spettri e demoni quando non esplicitamente riferiti al suo patto con il diavolo in persona.



Già. Il patto con il diavolo, l’inizio di tutto. L’inizio del primo vero genere musicale mai inventato, il Delta Blues, dal nome della zona nella quale Robert Johnson deliziava la sua platea di ubriachi con dei capolavori. Dal nome del bivio, il crossroads, dove il fiume Mississipi si divide per prendere due strade diverse.
E' lì narra la leggenda, che il giovane bluesman avesse stretto un patto con il diavolo, vendendogli la sua anima in cambio della capacità di poter suonare la chitarra come nessun altro al mondo.
Ad alimentare la leggenda ci sono i racconti dei vari musicisti che lo conobbero e che riferiscono la sua iniziale goffaggine nel suonare la chitarra. In base a queste testimonianze (tutte concordanti), Johnson scomparve dopo la morte della moglie per poi riapparire dopo un anno dotato di una bravura straordinaria, una bravura nel maneggiare quel pezzo di legno tale da lasciare tutti allibiti.

Tra il Novembre del 1936 e il Giugno del 1937 Robert Johnson lascerà il suo segno indelebile nel mondo della musica e della cultura incidendo 29 canzoni in una camera d’albergo di proprietà di uno scopritore di talenti dal nome di Ernie Ortle, una sorta di primo talent scout.

Queste tracce verranno poi suonate e riproposte decennio dopo decennio dai più importanti gruppi rock, blues e funky della storia della musica decretandone definitivamente l’importanza e classificando Robert Johnson come pietra miliare della storia della musica, fonte d’influenza per numerosissimi musicisti.

Il 23 Gennaio del 1986 viene introdotto nella Rock And Roll Hall Of Fame nella categoria Early Influences e definito il secondo migliore chitarrista della storia inferiore soltanto a  Jimi Hendrix.

Anche la morte di Robert Johnson, avvenuta a Greenwood il 16 Agosto del 1938, a soli 27 anni rimane avvolta nel mistero.
Testimoni, tra i quali il musicista Sonny Boy Williamson II, hanno più volte confermano che Johnson la notte del 13 Agosto 1938 si trovava a suonare con loro al Three Forks, un locale situato a 15 miglia da Greenwood nel quale i tre suonavano ogni sabato sera a seguito di un ingaggio che durava da alcune settimane. Era apparso subito evidente come Robert Johnson avesse una storia con la moglie del gestore del locale, il quale era consapevole del fatto ma che non aveva cessato di contattarlo per esibirsi.
Racconta Sonny Boy che durante la serata, complici l’alcol e l’atmosfera di grande eccitazione, gli atteggiamenti dei due furono talmente spudorati da risultare persino imbarazzanti. Altrettanto chiara era la rabbia dipinta sul volto del barman.

Quando durante una pausa venne passata a Robert una bottiglia da mezza pinta di whiskey senza tappo, Sonny Boy gliela fece cadere di mano avvertendolo che non era prudente bere da una bottiglia aperta; nondimeno questi s’infuriò e bevve con stizza la successiva bottiglia, ugualmente passatagli, già stappata. Poco dopo risultò evidente che Johnson non era più in condizione di suonare al punto che lasciò la chitarra e si alzò per andare via, in stato confusionale. Fu accompagnato a casa di un amico, dove poche ore iniziò a delirare – si trattava dei primi segni di avvelenamento.
In quel luogo morì il martedì successivo, dopo due giorni di intensa agonia.

La vera tomba di Robert Johnson non è ancora ufficialmente definita. Nei dintorni di Greenwood ci sono ben pietre tombali con il suo nome inciso sopra.
Nella foto ecco quella di Quito, Mississipi poco distante da Greenwood, situata nel cimitero di Payne Chapel recante la scritta ‘Resting in the Blues’ come tributo assoluto ed ultimo saluto all’inventore del genere Delta Blues e del fingerpicking. 



Di lui restano frasi e storie che ancora oggi lacerano cuori e scavano nel nostro profondo dell’anima. Sembra quasi sentire ancora la sua voce e la sua lunga litania quando ascoltiamo un suo brano. Come questa frase emblematica del pezzo ‘Hellhound on my Trail’.

I got to keep movin’, blues falling down like hail. And the day keeps on worryin’ me…there’s a hellhound on my train.’

‘Devo correre, il blues scende come grandine. La luce del giorno continua a tormentarmi…c’è un segugio infernale sulle mie tracce.’.



Ecco le 29 tracce registrate tra Lunedì 23 Novembre 1936 e Domenica 20 Giugno 1937:

1)     Kindheart Woman Blues
2)     I Believe I’ll Dust my Broom
3)     Sweet Home Chicago
4)     Rambling On My Mind
5)     When You Got a Good Friend
6)     Come On In My Kitchen
7)     Terraplane Blues
8)     Phnograph Blues
9)     32-20 Blues
10) They’re Red Hot
11) Dead Shrimp Blues
12) Cross Road Blues
13) Walking Blues
14) Last Fair Deal Gone Down
15) Preaching Blues (Up Jumped The Devil)
16) If I Had Possession Over Judgement Day
17) Stones In My Passway
18) I’m a Steady Rollin’ Man
19) From Our Till Late
20) Hellhound On My Trail
21) Little Queen Of Spades
22) Malted Milk
23) Drunken Hearted Man Take
24) Me and The Devil Blues
25) Stop Breakin’ Down Blues
26) Traveling Riverside Blues
27) Honeymoon Blues
28) Love In Vain Blues
29) Milkcow’s Calf Blues Take



Numerosi sono i gruppi che ancora oggi interpretano I brani di Robert Johnson arraggiandoli in maniera sempre diversa ma inequivocabilmente ed irrimediabilmente blues. Tra le più famose cover spiccano quelle dei Rolling Stones riferite a ‘Love In Vain’ (Album ‘Let It Bleed’ del 1969) e ‘Stop Breakin’ Down’ (Album ‘Exile On Main St. del 1972), quella dei Led Zeppelin riferita a ‘Travelling Riverside Blues’ contenuta nell’album ‘Coda’ del 1982, quella dei Red Hot Chili Peppers riferita a ‘They’re Red Hot’ contenuta nell’album ‘Blood, Sugar, Sex, Magik’ del 1991 e per concludere quella degli White Stripes (‘Stop Breakin’ Down’) contenuta nell’album omonimo del 1999.

Ecco la cover tratta dall’album originale ‘Exile On Main St.’ dei Rolling Stones.



E ricordate, il tempo distruggerà ogni cosa, tranne i patti con il diavolo…