venerdì 27 maggio 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE – LE RAGIONI PER VOTARE NO!

Questo blog è nato con l’intento di raccontare storie, imprese, fatti che sono entrati di diritto nella cultura dello sport, della politica, dell’immaginazione di tutti gli utenti.
Come avrete notato lo scopo non è mai stato quello di insegnare chissà cosa e nemmeno quello di analizzare nel dettaglio le situazioni economico-sociali di ogni paese e nemmeno di giudicare le imprese degli uomini narrate negli articoli precedenti.
L’autore non è, infatti, la persona adatta e titolata per credere di aggiungere qualcosa in più rispetto a ciò che già si conosce, l’intento era e rimane quello di raccontare, nel mio piccolo e in maniera del tutto autonoma e personale, fatti o imprese che mi hanno colpito giocando spesso con la nostalgia e con i sentimentalismi.
Per questi motivi è possibile che con questo post (al limite dell’off-topic in merito agli argomenti trattati in questo blog) venga criticato per una presa di posizione politica e civile.

Sto scrivendo del referendum costituzionale perché molti, nei social networks che abitualmente frequento, mi hanno chiesto apertamente le motivazioni del mio NO al referendum popolare che si svolgerà in ottobre per modificare la Carta Costituzionale della Repubblica Italiana.
Una riforma fortemente voluta dal Partito Democratico e dal suo leader, nonché Presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Una riforma ed un referendum che sta creando tensioni nel nostro bel Paese a colpi di polemiche e di battaglie politiche più che per la modifica della Costituzione stessa.
Detto questo, volevo provare a spiegare le motivazioni che mi spingeranno a votare NO e a fare propaganda per non modificare la Costituzione.

Prima di iniziare premetto che le dichiarazioni del Ministro Boschi in merito all’esistenza di presunti partigiani ‘veri’ o ‘finti’ mi hanno fatto saltare i nervi e mi hanno spinto a scrivere e a confrontarmi con altre persone credendo (se c’è ne fosse ancora bisogna) ancora più fortemente alla bocciatura della riforma.
Il rispetto per donne e uomini che hanno liberato l’Italia dall’oppressione fascista devono essere rispettati. La libertà è stata ottenuta soltanto grazie a Partigiani, a Staffette che hanno dato la vita per sconfiggere le truppe repubblicane e tedesche. Chi è ancora vivo soffre ogni volta che ricorda gli abusi e le limitazioni subite in tempo di dittatura. Non esiste spostare l’attenzione mediatica in questo campo e non esiste continuare ad atteggiarsi come unici portatori di verità. La supponenza del Governo Renzi e dei suoi burattini (compreso il Presidente della Repubblica) è insopportabile e bisogna prendere atto che questo governo è illegittimamente al potere e che almeno la metà degli italiani non la pensano come loro.

Il metodo con il quale questa riforma è stata concepita è il primo punto e la prima ragione per votare NO. Modificare una carta costituzionale significa coinvolgere tutti gli attori e le figure principali in campo. Compreso intellettuali e costituzionalisti. Non si esegue a colpi di maggioranza e di fiducie in parlamento.
E’ quindi un’imposizione che soltanto il popolo italiano chiamato al voto potrà fare saltare.

Entro nel merito della riforma per evitare di essere tacciato (com’è uso fare dai galoppini renziani) di populismo e di ‘essere ancorato agli anni quaranta’ e discutendo in generale della riforma dopo averla letta ed analizzata.

Il primo aspetto riguarda il bicameralismo perfetto che non viene superato, come annunciato dal governo, ma crea una confusione di competenze che arriva talora fino alla sovrapposizione tra Stato e regioni da un lato, e tra Camera e nuovo Senato dall'altro.
Inoltre la tanto sbandierata diminuzione dei costi della politica è irrisoria; se fosse questo il problema, si opererebbe in altre direzioni, per esempio diminuendo il numero dei deputati (500 totali tra camera e senato basterebbero e garantirebbero la democrazia).

Per quanto riguarda i disegni di legge di iniziativa popolare, le firme necessarie per i disegni di legge vengono triplicate (da 50.000 a 150.000) alla faccia del garantismo e della partecipazione dei cittadini alla politica sociale del paese.
 
La riforma, inoltre, spinge sulla centralizzazione dei poteri mettendo in grande sofferenza le autonomie politiche delle Regioni. A questo si aggiunge l’errore precedente commesso con l’eliminazione delle province che, ad oggi ed è un dato di fatto, non ha portato ad alcuna diminuzione dei costi della politica creando soltanto confusione sulle competenze e sui lavoratori dipendenti che ancora attendono le mobilità volontarie in altri enti. E’ evidente il fallimento di questa prima riforma, con l’accentramento del potere esecutivo nellE mani di una sola persona (aumentano i poteri del premier) aumenteranno le difficoltà quotidiane. Quante volte ci lamentiamo, per esempio, delle strade dissestate o della scarsa sicurezza o della mancanza d’illuminazione nei paesi e nelle infrastrutture? Tutti i giorni. Perché? Perché ciò che svolgevano le provincie ora non lo sta facendo più nessuno.
 
Nel combinato disposto con la nuova legge elettorale definita ‘Italicum’, è consentito potenzialmente di governare a una minoranza legittimata da un ingiusto premio di maggioranza, ottenibile con soltanto un 20-30% di consenso alle elezioni.
E’ anche per questo motivo che il Partito Democratico insiste nella campagna referendaria, senza la modifica della costituzione, infatti, la legge elettorale sarebbe inapplicabile. Una scusa ignobile per un tema così importante.

Un altro tema che verrà modificato con questa riforma, e uno dei più gravi, è l’abbassamento del quorum di validità nei referendum abrogativo. Non servirà più avere il 50%+1 degli italiani aventi diritto al voto ma bensì il quorum sarà fissato alla maggioranza dei votanti nelle ultime elezioni alla camera dei deputati.
Un altro colpo alla partecipazione democratica dei cittadini nelle decisioni del paese.

Torniamo alla semplificazione, punto di forza dei Renzi e dei suoi.

Negli attuali articoli della Costituzione della Repubblica Italiana numero 70 e 72 il procedimento legislativo è disciplinato con 198 parole. La legge Renzi-Boschi sostituisce i due articoli con 870 parole. Può questa mai essere una semplificazione? In realtà si moltiplicano i procedimenti legislativi diversificandoli in rapporto all’oggetto della legislazione. Ne vengono incertezze e potenziali conflitti tra le due camere, che potrebbero arrivare fino alla Corte Costituzionale.

Senato. Ricordiamoci che nella riforma Renzi-Boschi lo scopo è la diminuzione dei costi della politica. Bene. Il risparmio è da spiccioli, sappia telo. La gran parte dei costi viene non dalle indennità ma dalla gestione degli immobili, dati servizi, dal personale. Anche il senatore non elettivo ha un costo per la trasferta e la permanenza a Roma, nonché per l’esercizio delle funzioni (segreteria, assistenti, portaborse etc etc). Risparmi con certezza si avrebbero, anche mantenendo il carattere elettivo, riducendo la camera a 300-400 deputati e il senato a 200 senatori. Avremmo in totale 500-600 parlamentari invece che i 730 previsti dalla riforma.
I senatori chi saranno? Facile. Saranno funzionari politici eletti dai consigli regionali insieme ad un sindaco per ogni Regione. Il Senato rappresenterà, quindi, le autonomie come se fosse una ‘Camera delle Regioni’. Per quale motivo? Non è nelle Regioni e nei Comuni che, come ci insegnano quotidianamente i fatti di cronaca, i funzionari hanno più facilità ad essere corrotti? Non è nelle Regioni che un giorno no, viene arrestato un consigliere accusato di appalti truccati o favoritismi nei confronti di chi lavora sul proprio territorio di competenza? E dello scambio dei voti ne vogliamo parlare? Dove è questa trasparenza ed anti-corruzione nei fatti? A parole sono bravi tutti a sciacquarsi la bocca ma poi? Ecco premiati i consiglieri regionali che lavorano maggiormente sul territorio. Inoltre come si possono distinguere le funzioni, per esempio, dei sindaci che saranno eletti nel nuovo Senato? Se il sindaco-senatore o il consigliere-senatore utilizza il proprio telefono nell’esercizio delle funzioni connesse alla carica locale diventa per questo intercettabile? E se tiene riunioni nella sua segreteria di senatore? Le attività di indagine verrebbero quindi scoraggiate e si avrebbe sempre la scusa giusta nel momento buono per giustificarsi.

Queste sono le mie prime osservazioni ed il mio pensiero dopo una prima analisi. In realtà ce ne sarebbero ancora molte altre ma le mie considerazioni sono già abbastanza lunghe, anzi ringrazio chi mi sta leggendo fino a questo punto.

Al prossimo referendum voterò convintamente NO.

Per i motivi sopra espressi e in memoria di tutti le donne, gli uomini che ci hanno consentito di vivere un paese democratico e libero, nonostante tutto.

Non si cambia il paese con una legge a colpi di maggioranza, scritta da deputati e senatori che stanno governando illegittimamente.

Ringrazio Roberto Villa dal quale ho preso spunto per qualche considerazione, Matteo Zambetti per l’analisi che quotidianamente facciamo per cercare di sopravvivere a tutto questo ‘caos’, Massimo Villone, costituzionalista, Alfonso Gianni, saggista e Alfiero Grandi, ex sindacalista della CGIL e saggista dai quali ho appreso molto leggendo le loro analisi e i loro commenti.

Francesco Villa

 

martedì 18 agosto 2015

Un Operaio e le Camicie Rosse Sul Tetto d'Europa - Brian Clough e il Nottingham Forest






A causa della mia enorme passione per le imprese legate agli sport, come già evidenziato in alcuni miei articoli di questo blog, spesso mi imbatto nella rete per leggere di personaggi, partite o avvenimenti che hanno legato sentimentalmente l’autore con quello specifico evento.
Giocatori che hanno fatto la storia del proprio club o della propria nazionale che poi non hanno trovato particolare fortuna nelle loro carriere ma che grazie ad un evento, una situazione o un semplice gol sono entrati nell’olimpo del calcio o, nel caso di piloti, della Formula 1.
Ci si è dimenticati, però, di una favolosa cavalcata di un club inglese che alla fine degli anni settanta ha regalato ai propri tifosi e agli appassionati di tutto il mondo che nulla è impossibile.

Il Nottingham Forest Football Club nasce nel 1865, tre anni dopo la fondazione del primo club della città, il Notts County. Quest’ultimi vengono definiti dai cittadini di Nottingham la ‘squadra dei padroni’ in quanto finanziati dai primi imprenditori locali della zona. La popolazione li accusa immediatamente di mettere in campo calciatori che, in realtà, sono operai sfruttati dalle fabbriche dell’industria inglese.
Così, tre anni dopo, un gruppo di cittadini si prodiga nell’organizzazione di una nuova società calcistica che permetta a tutti di giocare a calcio in città. Il Nottingham Forest scende in campo per la prima volta con una maglietta rossa definita ‘Garibaldi Red’, in onore del generale Giuseppe Garibaldi e delle sue camicie rosse.
Il Nottingham viene promosso nel 1892 per poi riservarsi all’interno della Premier League un ruolo da comprimario. Spesso retrocede nella Championship League (la nostra serie B) e la vera passione è rappresentata dai propri tifosi, sempre fedeli ai propri colori, indipendentemente dalla categoria nella quale militi la propria squadra.
La svolta avviene nel 1975 quando viene chiamato l’allenatore Brian Clough, in rotta con gli eterni rivali del Derby County.

Clough è figlio di operai di Middlesbrough, tifosissimo del Derby County e di spiccate idee comuniste e, dopo una parentesi da calciatore nel Sunderland con due presenze nella nazionale inglese, diventa allenatore nel 1965 e ricevendo subito numerose attenzioni da parte della stampa Britannica. Clough, infatti, schiera nella formazione di seconda divisione (la piccola Hartlepools United) ben quattro attaccanti, rivoluzionando il sistema di gioco fino a quel momento utilizzato.
Soltanto due anni dopo, nel 1967, realizza il sogno della sua vita e viene chiamato dalla dirigenza del Derby County a guidare la formazione in Premier League.
Nel 1972 riesce nell’impresa di vincere il campionato (ad oggi l’unico nel palmares del Derby) e di qualificarsi alla Coppa dei Campioni 1972/1973.
Clough raggiunge le semifinali incantando l’Europa con un gioco molto vario, brioso e responsabilizzando i propri giocatori ad avere un carattere a dir poco agressivo.
Eliminate le formazioni dello Zeljeznicar, del Benfica e dello Spartak Trnava, il Derby County trova la Juventus dell’allenatore Ceco Vicpalek.
A Torino la Juventus passa in vantaggio con il solito Altafini al 27esimo ma due minuti dopo Hector rimette il risultato in parità. La rete fuori casa proietta il Derby verso la semifinale di ritorno ma al 66esimo Franco Causio segna il 2-1 in evidente posizione irregolare. Clough scatta dalla panchina, inveisce contro arbitro e dirigenza bianconera e viene espulso. All’ 84esimo Altafini bisserà il risultato sul 3-1 finale.
Nella sala stampa del dopo partita Clough è una furia e pronuncia la frase che farà storia:
‘I’ll not talk to any cheating bastards!’ (Non voglio parlare con nessun bastardo impostore).
L’allenatore continuerà nei giorni successivi ad accusare la Juventus e la sua dirigenza definendoli ‘Imprenditori fascisti’ e ‘Corrotti’. La UEFA aprì un’inchiesta che portarono una squalifica di tre mesi a Clough.
Nel match di ritorno il Derby impattò 0-0 e fu eliminato dalla Coppa dei Campioni.
Al termine del campionato la dirigenza licenziò Clough, i rapporti si incrinarono definitivamente fino a che venne definito ‘arrogante e presuntuoso’.
‘Dico quello che penso, io vengo dal popolo, devo dare forza ai miei giocatori con tutta la mia voce. E non ha vinto la squadra più forte ma la più disonesta’.

Dopo due anni trascorsi anonimamente alla guida del Brighton&Hove Albion e al Leeds United nel 1975 ecco la proposta del Nottingham Forest.
La lunga avventura si concluse dopo 18 lunghissimi anni (1993).
Brian Clough vuole una rivalsa. Chiede alla società del Nottingham Forest calciatori giovani e con carattere, giocatori che possano conquistare un posto nella nazionale inglese.
Basteranno soltanto tre anni per portare il Nottingham sul tetto d’Inghilterra. Nel 1978 il Forest si dichiara campione della Premier League per la prima (ed unica) volta nella sua storia assicurandosi la partecipazione alla Coppa dei Campioni del 1979.

Il sorteggio è, però, crudele. Immediatamente al primo turno (i sedicesimi di finale) l’avversario designato è il Liverpool campione in carica. Un derby fratricida che la stampa giudica a senso unico. Clough non si perde d’animo, anzi, la Coppa deve essere la sua rivincita personale a quello che sei anni prima aveva interrotto i suoi sogni, le sue speranze.
Si sente ancora defraudato di quella finale sfumata con il Derby County.
E il 13 Settembre 1978 il Forest distrugge sotto tutti i punti di vista la corazzata Liverpool con le reti di Birtles e Barrett e, nel feudo dei reds, porta a casa uno 0-0 decisivo al ritorno assicurandosi uno storico passaggio del turno.
Nei turni successivi vengono letteralmente distrutte l’AEK Atene, il Grasshopers e la fortissima compagine tedesca del Colonia con Birtles assoluto mattatore e il giovane portiere Peter Shilton vera rivelazione del torneo.
In finale c’è il Malmo allenato dall’inglese Bob Houghton.
Il 30 Maggio 1979 a Monaco di Baviera è Trevor Francis a realizzare la rete decisiva al minuto 46. E’ l’apoteosi le camicie rosse sono sul tetto d’Europa guidate da un allenatore-operaio che ha reso la favola realtà.



Brian Clough e i suoi Garibaldi Reds non si accontentano.
L’anno dopo hanno una Coppa dei Campioni da difendere.
Se diventare Campioni d’Europa sembrava impossibile immaginiamoci ripetersi.

Il percorso fu netto, di nuovo. Senza mai un intoppo la finale venne raggiunta i scioltezza.
Le punte Bowyer e Francis sono immarcabili e Osters, Arges Pitesti, Dinamo Berlino ed il fortissimo Ajax vengono spazzati via.
Il 28 Maggio 1980 al Santiago Bernabeu di Madrid la finale è Nottingham Forest- Amburgo.
I tedeschi favoritissimi da una compagine indistruttibile e concreta. Ma come l’anno precedente a Monaco, Shilton para tutto il possibile e la ‘punta nascosta’ durante la competizione realizza il gol vittoria. Al minuto 21 è John Robertson a fissare il risultato che regalò la seconda incredibile Coppa dei Campioni ai Garibaldi Reds.


Alle due competizioni il Forest di Clough aggiunse la Supercoppa Europea del 1979 vinta ai danni del Barcellona mentre perse quella dell’anno successivo per mano del Real Madrid.

Al termine di lunghi diciotto anni, Clough lasciò il club nel 1993. Ad oggi vero e proprio idolo della tifoseria e della città, si ritirò per diventare commentatore televisivo.
Morì nel 2004 a causa di un tumore mentre nel 2009 è stato presentato un documentario nella sua lunga carriera.

Il Forest, invece, milita da anni nella Championship League Inglese non riuscendo ad effettuare il salto di qualità necessario per partecipare alla Premier League da oramai troppo tempo.
Rimane la favola appena raccontata, storie d’altri tempi e di un calcio che oramai non c’è più, mangiato dal business e dalle televisioni.

Monaco di Baviera- Olympiastadion 30.05.1979

NOTTINGHAM FOREST - MALMO FF 1-0 (’46 Francis)

NOTTINGHAM FOREST (4-2-4)
Shilton – Anderson, Lloyd, Burns, Clark – McGovern, Woodcock – Francis, Bowyer, Birtles, Robertson – Allenatore Brian Clough

MALMO FF (4-4-2)
Moller – R. Andersson, M. Andersson, Tapper, Erlandsson – Ljungberg, Jonsson, Prytz, Hansson – Cervin, Kinnvall – Allenatore Bob Houghton


 Madrid – Santiago Bernabeu 28.05.1980

NOTTINGHAM FOREST – HAMBURGER SV 1-0 (’21 Robertson)

NOTTINGHAM FOREST (4-2-4)
Shilton – Anderson, Lloyd, Burns, Gray – McGovern, O’Neill – Mills, Bowyer, Birtles, Robertson – Allenatore Brian Clough

HAMBURGER SV (4-3-3)
Kargus – Kaltz, Buljan, Jacobs, Nogly – Hieronymus, Memering, Reimann – Magath, Milewsky, Keegan – Allenatore Branko Zebec


martedì 12 maggio 2015

Ci Sembrava Di Essere Liberi

 

"Era l'idea di potere dire quello che si voleva...quello che si voleva, perchè probabilmente l'idea proprio della radio libera era proprio questa: di dire proprio ognuno quello che voleva, perchè eravamo abituati a radio e televisione che si poteva dire solo in un certo modo, con professionalità, no, se mi veniva da dire "il parroco non capisce niente", il parroco non capisce niente e basta, se poi il parroco veniva a saperlo come è anche venuto a saperlo, si arrabbiava anche, va bè, ma chissenefrega! Almeno sapevano "Oh ma questi qua hanno anche un mezzo, cioè questi qua non è che parlano e parlottano fra loro sulle panchine e fanno i complotti, no no, adesso si mettono anche a parlare alla radio e quello che dicono arriva 50, 60 chilometri di distanza". Questa qua era una forza rivoluzionaria, secondo noi, secondo me era importante che comunuqe si potesse fare cagnara e baldoria e che anche questa potesse essere una dimensione che andasse fuori...era una dimensione politica! Era la politica dello stare insieme, del potere dire quello che si vuole, del non essere imbrigliati, dell'avere degli strumenti secondo me, gl istrumenti del dire!
(...)
Probabilmente invece la radio, lasciando spazio anche a ognuno per programmare (...) era la radio la realizzazione di un piccolo sogno".

E' con questa intervista di Stefano Belotti, ideatore ed animatore della piccola ma fondamentale Radio Morgana di Chiuduno, che vorrei presentare il lavoro dell'autore Roberto Villa dal titolo 'Ci sembrava di essere liberi' - Edizioni Ombre Corte - 2015 -.

Il libro è un viaggio nella seconda metà degli anni Settanta nel mondo delle radio democratiche che hanno interpretato in modo nuovo la generica domanda di comunicazione che veniva dalla società italiana.
Radio fortemente connotate dal punto di vista politico e strettamente legate ai movimenti di contestazione che attraversano il decennio, rivolte ad un pubblico giovane.
Incrociando fonti orali ed inediti documenti di archivio, il libro racconta e analizza una delle numerose declinazioni locali assunte dal fenomeno delle radio democratiche. Concentrandosi in un contesto periferico come quello Bergamasco e mettendone in rilievo le specificità, il volume tenta infatti di proporre una ridifinizione dell'intero complesso dell'emittenza democratica in Italia, smussandone gli elementi agiografici e rilevandone rimozioni, contraddizioni e fallimenti. La storia delle otto radio di Bergamo e della sua provincia viene interpretata come l'epifenomeno di un decennio concepito come un lungo processo di incubazione di fermenti culturali che, svuotati dalla forza contestataria, si sono organicamente delineati negli anni successivi, influenzando profondamente gli sviluppi della storia sociale dell'Italia repubblicana.

Una ricostruzione storica che mancava nel panorama della letteratura Italiana e che cerca di raccontare, attraverso la voce dei protagonisti diretti, non solo il periodo politico della seconda metà degli anni Settanta ma anche le emozioni, le gioie, i dolori di un'intera generazione che spinta dalla voglia di esprimere le proprie idee e definendole 'un diritto' riescono ad organizzarsi nonostante i pochi mezzi finanziari e tecnici per costruire delle vere e proprie radio libere con le quali esporsi senza alcun filtro.
Vi accorgerete che nelle storie raccontate delle otto radio: Radio Mirtillo, Radio Morgana, Radio Gaì, Radio Papavero, West Radio, Radio Unione Popolare, Radio Libera Val di Scalve, Radio Canale 93 troverete la voglia di uscire dalla standardizzazione dell'informazione propinata dalla radio e televisione istituzionalizzata, permettendo a chiunque volesse impegnarsi di esprimere a ruota libera la propria opinione tra satira politica, satira locale e soprattutto mettendo sul piatto dischi di gruppi che in Italia non era facile ascoltare.
Così rock, progressive, new wave si mischiano a politica, contestazione nei confronti della chiesa e del cattolicesimo bigotto di paese.

L'autore Roberto Villa, analizza contestualmente il fenomeno dei movimenti politici di contestazione del periodo, della sinistra extra-parlamentare e dei gruppi legati strettamente al terrorismo in una provincia, quella bergamasca, spesso considerata esclusivamente democristiana e componendo un'analisi non solo storica ma soprattutto politica.

Ragazzi e ragazze che sono riusciti a costruire un sogno, quello di aprire una radio libera, nel periodo della speranza, dei movimenti convinti di cambiare l'intero paese e, successivamente, la consapevolezza di un futuro, purtroppo, rimasto soltanto immaginazione.

Roberto Villa è dottorando in storia contemporanea presso l'Università degli Studi di Pavia, collabora con la biblioteca 'Di Vittorio' della CGIL di Bergamo, dove ha lavorato come archivista e si occupa di storia Italiana degli anni settanta del Novecento.
Ma, soprattutto, è il mio unico, speciale e immenso FRATELLO.

Roberto Villa - Ci Sembrava di Essere Liberi - Edizioni Ombre Corte - 2015
ISBN 9788869480065

 

sabato 14 giugno 2014

Trenord S.p.a. - I Treni della Vergogna



Ho deciso di espormi in questo modo perchè la pazienza ha un limite, soprattutto quando di mezzo c'è la salute. Non ho avuto alcun problema ad inviare la mia lettera agli organi di stampa locale, oltre che alla dirigenza di Trenord. La società colpevole di mettere a repentaglio ogni giorno la salute di migliaia di pendolari delle tratte Lombarde. Non si possono più accettare questi abusi di potere da parte di Dirigenti inetti ed incredibilmente sfacciati, immersi nel loro vergognoso silenzio. Uomini senza dignità che sanno solo ricevere il lauto stipendio ogni mese, uomini che hanno venduto tutto - treni, carrozze ed etica - a privati che hanno reso il servizio ferroviario e dei trasporti in condizioni da terzo mondo.
Per questi motivi pubblico apertamente anche sul mio blog la mia missiva, comparsa ieri 13.06.2014 sul sito on-line di Bergamonews.

I Lombardi devono capire chi hanno votato, chi si riempie la bocca di parole come 'Prima il nord' oppure 'La Lombardia dell'eccellenza' che da più di vent'anni governano una regione collusa e con forte presenza mafiosa. 
E' l'ennesima conferma di quanto è controproducente privatizzare i servizi, di quanto la qualità della vita psico-fisica delle persone è messa in serio repentaglio per condizioni igienico-sanitarie sempre peggiori. 

Vi auguro buona lettura e spero che possiate divulgare le mie parole, per cercare di cambiare qualcosa e di chiedere in blocco le dimissioni di questi personaggi, inetti messi al servizio di pochi, e non dei cittadini.
Spero che il tempo possa distruggere la vostra mancanza di dignità.



Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un pendolare di Trenord, deluso e arrabbiato per il trattamento riservato a lui e a tanti altri passeggeri che ogni giorno si recano a Milano per lavoro. Le parole scritte da Francesco Villa si commentano da sole.

"Dirigenti di Trenord,

provate a viaggiare
sui treni improponibili"

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un pendolare di Trenord, deluso e arrabbiato per il trattamento riservato a lui e a tanti altri passeggeri che ogni giorno si recano a Milano per lavoro. Le parole scritte da Francesco Villa si commentano da sole.
Ecco la lettera integrale.
Spett.li dirigenti di Trenord,
sono un pendolare della tratta Bergamo-Milano Porta Garibaldi e ho finalmente deciso a scrivervi dopo molti anni nei quali ho dovuto subire innumerevoli disservizi e ho dovuto assistere a scene da terzo mondo. Ho deciso di scrivervi perchè non mi basta nemmeno più leggere le continue lettere di protesta e gli episodi che accadono sulle vostre linee ferroviarie sulla stampa locale, regionale e nazionale.
Da circa una settimana i treni in partenza tra le 16:23 e le 18:23 da Bergamo e diretti a Milano Porta Garibaldi sono letteralmente un rischio per la salute dei cittadini Italiani. Una vergogna allo stato puro. I treni sono composti da carrozze con i finestrini ermetici, di quelli che non si possono aprire perchè adibiti all'utilizzo dell'aria condizionata. Il problema è che l'aria condizionata non funziona. Le temperature raggiungono i 40 gradi con un umidità superiore al 100% e le persone, ripeto persone, sono costrette a viaggiare rischiando la salute. Non vi è bastato nemmeno l'aumento dei biglietti e degli abbonamenti che regolarmente paghiamo per trovare una soluzione a treni fatiscenti, a linee ferroviarie senza manutenzione.
Siete voi i responsabili. Siete coinvolti in prima persona e ora sono ad invitarvi a metterci la faccia. Dovete uscire dai vostri uffici rinfrescati e venire a viaggiare con noi. Alzatevi da quelle sedie e venite a viaggiare con noi. Che cosa state aspettando, che ci scappi il morto? Ragazze che perdono i sensi, anziani signori che boccheggiano e chiedono aiuto ad altri passeggeri sperando che qualcuno abbia una bottiglietta d'acqua, capitreno inesistenti che non si muovono dalla prima carrozza. Sono situazioni da terzo mondo, voi che andate alla televisione e sui giornali a vantarvi della 'Lombardia dell'eccellenza'. Ma uscite allo scoperto, la realtà è un'altra cosa. Presentatevi a Bergamo nei caldi pomeriggi lombardi e semplicemente prendetevi un vostro treno. Quando scendete provatevi la pressione sanguigna e la temperatura corporea. Tra un pò dovrete mettere dei medici sui treni oltre alla sicurezza che accompagna il capotreno per fa scendere chi non paga il biglietto.
Ieri sera il mio corpo era ancora debole per il caldo e l'umidità folle assorbita durante la giornata. Io che ho 34 anni. Immaginatevi le persone più anziane di me. Non è possibile continuare in questo modo, dovete rispondere, dovete agire in fretta senza più giustificazioni. Perchè noi cittadini abbiamo ancora la dignità e la forza di indignarci davanti alle vostre mancanze, alla vostra mancanza di professionalità. Se non siete in grado di risolvere il problema andate a fare altro. Lo dico per voi, perchè avete distrutto la rete ferroviaria lombarda con la vostra cattiva amministrazione, andatevene alla svelta perchè le persone con dignità che vogliono semplicemente prendere dei mezzi pubblici decenti per andare a tornare dal posto di lavoro sono stanche. E state rovinando la salute di molti cittadini lombardi, altro che prevenzione.
Spero e mi auguro che qualche istituzione sia in grado di fare dei controlli igienici-sanitari sulle carrozze per dare termine a questo scempio e prima di evitare che accada veramente qualcosa di grave.
Francesco Villa

martedì 3 giugno 2014

Italia '90 - Argentina-Camerun 0-1, il Capolavoro dello sconosciuto Oman-Biyik




Per tutti gli appassionati di calcio nel mondo questi sono giorni di attesa per l’inizio del più grande evento internazionale dell’universo, la FIFA WORLD CUP che, quest’anno si svolgerà in Brasile.
Il Mondiale di calcio ha rappresentato per moltissime persone momenti indimenticabili: quanti di noi ricordano esattamente dove si trovavano e cosa stavano facendo nel momento in cui la propria nazionale si stava giocando la finale? Penso che ognuno di noi abbia un ricordo della propria vita, almeno uno, legato ad una partita di calcio.
Ci sono stati molti episodi nella storia dei mondiali di calcio decisivi, storici, epici ed entrati nella leggenda.
Inutile ora descriverli tutti ma spesso ci siamo emozionati nel sentire dai nostri padri i racconti di Messico 1970 durante quell’Italia-Germania 4-3. Oppure del Mundialito in Spagna nel 1982 del quale ancora si racconta della festa più grande del nostro paese con le strade prese d’assalto da tifosi, cittadini e persone di ogni classe sociale, tutti uniti in un’unica passione azzurra.
Oppure i più giovani che ricordano il famoso ‘Il cielo è azzurro sopra Berlino’ in quella notte tedesca del 2006.
Ma non ci sono state soltanto gioie e, soprattutto, spesso il calcio è andato oltre.
La politica a farla da padrone in quel famoso Argentina-Inghilterra a Messico 1986, la partita della ‘mano de Dios’ di Diego Armando Maradona. Una partita annunciata come una battaglia tra le due nazioni che si contendevano la supremazia politica delle Isole Falklands o Malvine. Oppure la dittatura Argentina del 1978, in quel mondiale nel quale i calciatori del Perù furono costretti dall’esercito a perdere 6-0 contro i padroni di casa argentini per permettere loro il passaggio come primi classificati nel girone.
Ma non voglio parlarvi di questo. I mondiali di calcio sono stati piene di storie da raccontare, personali, avvicenti, epiche.

La mia storia personale riguarda un momento che per me, ragazzino di dieci anni ancora ingenuo, mi fece capire che le imprese sono sempre possibili.
Era l’8 Giugno 1990 e da mesi non si parlava altro del Mondiale di calcio organizzato dall’Italia. Non potevo sapere, chiaramente, di tutte le polemiche scaturite dalla malavitosa organizzazione di quell’evento, a me interessavano soltanto le nazionali partecipanti, i giocatori convocati e l’enorme speranza di vedere l’Italia trionfare in casa propria, così come annunciato dalla stampa di tutto il mondo.
Conoscevo tutte le figurine a memoria, i campioni più accreditati.
Nel cortile del mio piccolo paese, in quell’inizio estate, una torrida estate, non si parlava d’altro. Tutti noi piccole pesti a tifare Italia, a sperare nelle parate di Walter Zenga, nelle imprese di Giuseppe Bergomi e Franco Baresi in difesa, nelle invenzioni a centrocampo dell’astro nascente Roberto Baggio e nei goal di Gianluca Vialli e della novità assoluta Salvatore Schillaci.
Giorni ad attendere l’inizio del Mundial, con la frenesia di vedere all’opera l’avversario più accreditato con il personaggio forse più odiato.
I campioni in carica dell’Argentina del giocatore più forte del mondo: Diego Armando Maradona.

E allora alle ore 18:00 di quell’8 Giugno 1990 i cortili si zittirono d’un tratto e tutti i miei coetanei si sintonizzarono su Rai Uno per ascoltare dalla voce di Bruno Pizzul l’inizio di quelle ‘notti magiche’. Nella partita inaugurale a Milano, in un San Siro stracolmo e tirato a lucido, Dieguito e la sua Argentina contro la vittima sacrificale Camerun, africani di buona volontà sconosciuti a tutti e soltanto alla seconda partecipazione in un mondiale.
Mia madre cominciò a preparare la cena mentre in pantaloncini e canottiera io e mio padre cominciammo a seguire l’incontro. I minuti passavano e la partita fu molto più ostile di quello che ci aspettammo. L’Argentina faceva fatica eccome, il Camerun (ribattezzato al termine di quello spettacolare mondiale ‘I leoni d’ Africa’) era ben messo in campo e soprattutto presentavano un possesso palla e dei fraseggi non da poco. Quasi brasiliani, questi africani. L’anziano portiere N’Kono guidava la difesa impostata da Tataw, Makanaki e Kana Biyik giostrano il centrocampo e le punte Roger Milla e Francois Oman-Biyik  facevano da punto di riferimento per la squadra.
Fine primo tempo. 0-0. Risultato a sorpresa tra i commenti del mio esperto padre ‘Tanto prima o poi gli argentini un gol lo fanno’ e tra le proposte di mia madre ‘Pasta al ragù o risotto giallo?’.
Tra una forchettata e l’altra ecco il secondo tempo. I giornalisti in studio RAI, nei loro commenti, pronti a scommettere su un 2-0 secco dell’Argentina, che era solo questione di tempo insomma. L’allenatore Carlos Bilardo aggiunse alle punte già in formazione (l’esperto Burruchaga e il rampante Balbo) anche l’attaccante dell’Atalanta Claudio Paul Caniggia per dare maggiore spinta all’attacco. Dietro di loro, le giocate magiche di Maradona, fino a quel punto ingabbiato da Kundè e Makanaki. Singolare per un campione di quel rango avere difficoltà a superare due sconosciuti del genere.
Ma il tempo passava e la cena proseguiva. M’immaginavo i miei amici dietro lo schermo cosa stessero pensando. In effetti il risultato che ne stava scaturendo era davvero sorprendente. Uno zero a zero che sembrava reggere senza alcuna emozione.
Mio padre cominciò a sperare in un pareggio, comunque inaspettato.
Ero arrivato alla frutta, una banana, quando al minuto 61 Maradona fu colpito alle spalle da una brutta entrata di Kana Biyik, centrocampista di sostanza. Per l’arbitro francese Vautrot nulla da eccepire, secondo giallo e quindi cartellino rosso.
Le speranze della nazionale Africana pronte a chiudersi, in dieci contro undici sembrò davvero impossibile contenere gli argentini.
Sulla punizione susseguente al fallo, Maradona puntò l’incrocio dei pali. Come una gazzella N’Kono volò all’incrocio negando un gol spettacolare al campione del Napoli.
Nulla di fatto.
I miei genitori prepararono, per loro, il caffè.

Un contrasto sul lato sinistro della metà campo, il rude difensore argentino Fabbri scalciò Makanaki lanciato sulla fascia. Punizione per il Camerun.
Minuto 65. Dalla punizione lo stesso Makanaki mise un pallone altissimo ed innocuo in mezzo all’area argentina.
Nulla di pericoloso insomma.
Di colpo mio padre smise di sorseggiare il caffè.
Un uomo molto alto con la maglia numero 7 stampata sulla schiena stacco in un modo incredibile, quasi disumano e colpì la palla violentemente di testa sovrastando Ruggeri e Sensini. La sfera arrivò bassa, quasi rasoterra e molto veloce e passò sotto le braccia del portiere argentino Pumpido.
Argentina Zero Camerun Uno.


Francois Oman-Biyik, fu lui ad insaccare con un salto pazzesco quel cross innocuo di Makanaki. I camerunensi festeggiarono sotto la curva sud, quella solitamente occupata dal Milan e i tifosi italiani esplosero in un boato. Davide che batte Golia, una favola che prese realtà.
Fu naturale in casa nostra urlare nel momento in cui la palla varcò la riga di porta del Meazza. Mio padre subito considerò che l’Argentina avrebbe rimontato facile, ora la partita si era finalmente aperta. Venticinque minuti più recupero per Diego e compagni per mettere a posto un mondiale partito male.
Nei restanti minuti N’Kono parò di tutto, fino ad un minuto dal termine, l’ottantanovesimo.
Maradona inventò un pallone pazzesco per il velocissimo Caniggia, lanciato a rete solo davanti a N’Kono.
Il centrocampista Massing non ci pensò due volte, al limite dell’area di rigore raggiunse il biondo attaccante e lo falciò senza alcuna remora. Cartellino rosso diretto, nove contro undici.
Ma un gol evitato.
Sulla punizione Maradona calciò fuori e San Siro esplose in un boato.
Pochi istanti dopo Vautrot fischiò la fine dell’incontro. 

Il Camerun fece un’impresa, una delle più importanti rimaste nella storia del Mondiale.

Undici sconosciuti africani regalarono un sogno ad un’intera nazione e al mondo intera.
Maradona, in ginocchio, non rideva più.
Francois Oman-Biyik fu portato in trionfo. 184 centimetri per 80 kg, una potenza fisica straordinaria e due piedi decisamente non raffinati.
Dalla serie B Francese con il suo Lavallois al mondiale italiano.
Fu il momento migliore della sua vita, fu dichiarato eroe nazionale camerunense.
La sua carriera proseguì in sordina e fece addirittura apparizione nel campionato italiano, nel 1997 alla corte della Sampdoria.
Un triste epilogo con soltanto 6 presenze e nessun gol.

La sera di quell’8 giugno nel cortile del mio piccolo paese i palloni non battevano contro i garage. 
Eravamo tutti seduti, fianco alle nostre biciclette, a parlare di ciò che avevamo assistito. Nessuno lo poteva prevedere, le notti magiche erano appena iniziate.
Tutte le sere, per un mese intero, giocammo con il tabellone del mondiale aperto, facendo un nostro torneo. Vinse, ovviamente l’Italia, in finale contro il Brasile.
Soffrimmo tutti quando lo stesso Maradona eliminò con la sua Argentina l’Italia in semifinale, Caniggia non perdonò la coppia Zenga-Ferri.
Furono poi i tedeschi, in finale, a vendicarci.

Quel giorno è ancora ricordato negli almanacchi di calcio come una delle imprese più incredibili della storia dei mondiali, quel giorno lo ricordiamo perché semplicemente eravamo felici.
Ingenui e contenti di ritrovarci ogni pomeriggio, ogni sera con poche cose e tanti sogni.

La felicità la si può apprezzare soltanto a distanza di molti anni.

 (Lo spettacolare gol di Oman-Biyik al 65esimo minuto di Argentina-Camerun 0-1)


(L'intera partita di Milano dell' 08.06.1990 - Argentina-Camerun 0-1)


giovedì 1 maggio 2014

01.05.1994 - La fine di un mito


Un pomeriggio caldo, di quelli che obbligatoriamente un quattordicenne deve passare in Chiesa per il rito della 'dottrina domenicale', obbligato dai genitori. 
Giusto il tempo per guardare la partenza del Gran Premio di San Marino, ad Imola. L'ultima chance per il mio campione, il mio idolo, di riaprire il mondiale. Solo una vittoria potrà colmare leggermente il divario dei 20 punti tra Ayrton Senna da Silva e Michael Schumacher. 
E lui, come nei primi due GP, parte in pole position.
E' inutile che mi impegni a raccontare l'incidente, il piantone dello sterzo che si spezza alle ore 14:17 di quel giorno. E nemmeno che quel tragico fine settimana non terminò a quella Curva del Tamburello. La corsa doveva finire, è finita. Michael Schumacher vinse con la sua Benetton Ford, Flavio Briatore riuscì addirittura nei box a 'fare il pugnetto' in segno di vittoria.
Ma niente sarebbe stato più come prima.

Io uscii di casa piangendo mentre mi recavo in Chiesa. Non dissero nulla, alla televisione, se non che l'incidente era grave, che Ayrton non era cosciente.
Rispetto alle abitudini non mi fermai con gli amici dopo la 'dottrina' ma me ne tornai a casa. I miei genitori non erano in casa e cominciai, davanti ad una brioches ed un succo a girare canali per avere notizie. Nulla.
Fino alle 18:40. Una dottoressa dell'ospedale di Bologna. Ayrton era morto. Fine della corsa. Fine di un sogno. Fine di rimonte pazzesche, di giri al limite dell'umano.
Fine di un sogno del me bambino e delle sue macchine BBURAGO che gelosamente tenevo sulle mensole della mia camera. 

Nessuno mai come lui.

Non metterò alcuna fotografia o video di quel drammatico 1 Maggio 1994.

Soltanto quattro momenti di trionfi della sua carriera, quattro capolavori ancora oggi inarrivabili.
Lo voglio ricordare così.

Perchè, se è vero che il tempo distrugge ogni cosa, non potrà mai farlo con gli uomini buoni, con gli uomini che hanno emozionato il mondo intero rischiando la propria vita.

In fondo, per noi era uno spettacolo, trascorrere il tempo libero quello di guardare una gara di Formula1. Lui, con tutti i colleghi, rischiavano la vita ad ogni curva.
Fino a quel giorno, ad Imola. 
Ciao Ayrton.
Con le lacrime agli occhi e tutto il mio cuore da quattordicenne cresciuto.

Toleman 184 Hart - Lotus 97T Renault - Lotus 99T Honda - McLaren MP4/4 Honda - McLaren MP5/5 Honda - Williams FW16 Renault


Gran Premio di Monaco 1984 - La prima vera impresa di Ayrton, giovane debuttante in Formula1.


Gran Premio del Portogallo 1985 - Estoril - Un missile nero squarcia la pioggia, la prima vittoria di Ayrton a bordo della Lotus.



Gran Premio del Brasile 1991 - Interlagos - Ayrton vince per la prima volta in patria con gli ultimi quindici giri effettuati con soltanto due marce. Le urla di dolore e un sogno raggiunto.




Gran Premio del Regno Unito 1993 - Donnington - Il primo giro entrato nella storia e la superiorità sul bagnato.


mercoledì 30 aprile 2014

30.04.1994 - Imola - La fine di un pilota che rincorreva il suo sogno





A volte non servono molte parole per esprimere quello che si ha dentro. 
A volte ci si ricorda esattamente ciò che si stava facendo in quel momento, in quell'attimo nel quale in diretta, alla televisione, tutto si era fermato.
Avevo soltanto quattordici anni, il ritorno da scuola il sabato e un piatto di pasta riscaldata mentre i pollini già mi provocavano dei gran stranuti.
Rai2 a tutto volume per le prove ufficiali del Gran Premio di Formula1 di San Marino, nel circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola.
Un appassionato come me non poteva che essere collegato, con il pensiero fisso di vedere la Williams FW16 Renault di Ayrton Senna davanti a tutti per cercare di vincere il Gran Premio la domenica ed accorciare i punti di distacco da quel giovane tedesco, che già mi stava sulle scaltole, che portava il nome di Michael Schumacher.
Ma tutto questo non avrebbe avuto più senso da lì a poco dopo.

Un pezzo di metallo blu scuro, una bandiera rossa. Questi sono gli unici frammenti che ricordo, prima di vedere un casco biancorosso completamente piegato all'interno di una monoposto distrutta. Faticai a riconoscerla anche perchè mi pareva una di quelle F1 che, ad ogni GP, provavano invano a qualificarsi soltanto per disputare la gara la domenica.

Le immagini erano impietose. I soccorittori arrivarono immediatamente ma il sangue mi si era già gelato. Il replay fu ancora peggio. 
Alla curva Villeneuve la Simtek S941 Ford pilotata dall'austriaco Roland Ratzenberger prese letteralmente il volo ad una folle velocità di 314,9 km/h.
Il muretto ad attenderla prima di scivolare inerme sul rettilineo della Tosa.



Capii subito la tragedia. Per la prima volta nella mia vita stavo assistendo ad una morte in diretta, un ragazzo ucciso mentre stava facendo la cosa più bella della sua vita. Correre in Formula1.

E, appunto, non servono altre parole.

Oggi voglio solo ricordarlo, a vent'anni di distanza. 
Un ragazzo sconosciuto ai più che era riuscito ad arrivare in Formula1 dopo molta gavetta a bordo di una monoposto paragonabile ad un bidone motorizzato FORD, lenta ed assolutamente insicura.
Ma piuttosto di continuare nelle serie minori, Roland decise di tentare l'avventura con la Simtek che, fino all'anno precedente, costruiva macchine da cucire.

Ayrton lo voleva ricordare il giorno dopo portando una bandiera austriaca all'interno della sua Williams, da sventolare a fine gara.
I soccorritori troveranno la bandiera in ospedale e Ayrton non finirà mai quella gara, in quel fine settimana stregato.

Ecco Roland a bordo della sua Simtek il giorno precedente all'incidente mortale.
 
 
Il giorno precedente Rubens Barrichello, a bordo della sua Jordan 01 Hart, si schiantò contro le protezioni delle Acque Minerali salvandosi per miracolo.
Se la caverà con la frattura del setto nasale e di una costola.


Da quel giorno la sicurezza in F1 divenne un problema da affrontare immediatamante.

Da quel giorno Roland Ratzenberger riposa in Austria, dimenticato da tutti e da un mondo che sempre va più veloce.

Il suo sogno si interruppe bruscamente quel 30.04.1994. 
Il giorno toccò al più grande di sempre.

Il primo e il sogno dell'ultimo, uguali nella fine.