lunedì 13 maggio 2013

Silenzio, arriva il Coniglio Bianco



Non è mai facile scrivere un nuovo post perché a volte gli argomenti che frullano in testa sono tantissimi. Altre volte, invece, la mente si blocca e tutto diventa più difficile.
Sono successe troppe cose in questo mese per rimanere in silenzio. Non basterebbe un blog per raccontare lo sdegno e la vergogna di una paese intero destinato alla deriva.
Una coalizione votata da milioni di persone che forma un’alleanza con chi ha fatto della disonestà e della corruzione un elemento fondamentale.

E poi i continui suicidi per la mancanza di un’occupazione, un precariato che uccide. Una situazione economica che toglie fiducia e crea malessere, valori comuni che si eliminano a vicenda lasciando vuoti incolmabili. 
Ecco, quello che gli studiosi definiscono ‘disagio sociale’, crescere e salire alla ribalta. E’ questo che hanno voluto, è questo che rende ognuno di noi sempre più vulnerabile con le certezze che crollano e si riflettono inevitabilmente sul nostro corpo.
La tragedia avvenuta a Boston, durante la maratona, l’episodio del Ghanese Kabobo che con un piccone colpisce persone inermi nella periferia di Milano.
Non si può più rimanere in silenzio.

Gli argomenti citati in queste pagine sono stati spesso tacciati di monotonia e di trattare argomenti sempre meno interessanti.
Al contrario, temi come il disarmo negli Stati Uniti (e non solo lì…), il degrado delle carceri e l’abuso della forza di polizia, le difficoltà negli ambienti lavorativi e il sempre continuo paragone con dei pezzi musicali della storia possono sicuramente aiutare ad abbattere il silenzio e la rassegnazione che vedo negli occhi delle persone.

Soltanto chi già sta bene economicamente continua ad essere felice, come se tutto questo non li toccasse. Questa situazione li porta inevitabilmente a sentirsi autorizzati a trattare gli altri come degli inetti, dei parassiti da comandare a bacchetta. 
Questa sensazione capita soprattutto e in modo particolare sui posti di lavoro; il datore di lavoro o il dirigente si sente autorizzato a trattare il suo sottoposto come se fosse a sua disposizione, non è più una persona, non è più un essere umano con una dignità.

Non è mai giustificabile chi utilizza la violenza per colpire ‘la massa’, non è ammissibile.
Ma le domande che vi pongo sono le seguenti: 
quanto sono responsabili i comportamenti delle persone che ci comandano, che ci sfruttano ogni giorno per capire le reazioni spropositate di alcuni soggetti? 
Quanto quella che una volta veniva chiamata ‘borghesia’ alimenta quotidianamente la nostra rabbia?
Se si colpisse direttamente loro, il loro patrimonio, come potrebbe reagire ‘il popolo’? (se ancora esiste un concetto di popolo).

Sono consapevole che a queste domande non avrò mai risposte anche se, chiaramente, questo sarebbe un ottimo luogo per iniziare a discuterne in merito.

Sono passati ben quarantasei anni da quel lontano Febbraio 1967.
In un piccolo studio di San Francisco un gruppo di nome Jefferson Airplane confezionava uno dei più grandi album della storia del rock e della psichedelia. ‘Surrealistic Pillow’ parlava già di disagio sociale, di cambiamento e soprattutto di speranza. Questo chiedevano i Jefferson capitanati da una delle prime ‘front-woman’ di sempre, la splendida ed eterea Grace Slick (nella foto).



L’emblema di quel periodo (e non solo) è il brano ‘White Rabbit’ (‘Bianconiglio’) che con un testo pazzesco e pieno di allusione rende ‘Alice e il paese delle meraviglie’ e il suo Bianconiglio simbolo della California e degli Stati Uniti. L’invito specifico è ‘nutrirsi della propria testa’, la musica è un vortice che con il correre del tempo avvolge tutto il corpo, un vero e proprio ‘trip’ che porta l’ascoltatore a lasciarsi andare in un mondo parallelo e a porsi delle domande sul da farsi, su che cosa materialmente può accadere per rendere tutto un posto migliore.

A volte, forse, basterebbero un pò di viaggi, un pò della bellezza e violenza di Grace Slick per rendere tutto più semplice e, semplicemente, ricordarsi di essere uomini.

A voi i commenti my darklings, a voi le sensazioni su queste domande con la speranza che tutto ciò finisca così presto che anche il tempo distruggerà ogni cosa.

Traduzione del testo 'White Rabbit' dei Jefferson Airplane

BIANCONIGLIO

Una pillola ti rende grande
e una pillola ti rende piccolo
e quelle che ti da la mamma
in fondo, non fanno nulla.

Domandalo ad Alice quando è alta tre metri.

E se vai a caccia di conigli
e sai che sta per cadere,
digli che un bruco che fumava il narghilè
ti ha chiamato.

E chiama Alice quando è piccola.

Quando gli uomini della scacchiera si alzano
e ti dicono dove andare
e tu hai appena preso qualche specie di fungo,
e la tua mente si muove piano

va a domandarlo ad Alice, penso che lei lo sappia.

Quando logica e proporzioni cadono fradicie e morte
e il Bianco Cavaliere parla alla rovescia
e la Regina Rossa è lontana con la sua testa
ricorda cosa disse il ghiro

nutri la tua testa

nutri della tua testa.







mercoledì 24 aprile 2013

Anguille - Eels


Finalmente una giornata calda, di primavera. Niente acqua in questo diciotto aprile dell’annus horribilis per eccellenza, niente pioggia per le mie anguille preferite, pronte a ritornare sullo splendido palco dell’Alcatraz in Milano City.

Mark Oliver Everett detto più semplicemente Mr. E, leader indiscusso degli Eels direttamente da Los Angeles, California mi affascina con la sua musica e con le sue parole dal lontano 1996, anno di quel ‘Beautiful Freak’ che, nonostante tutto, era pronto a cambiare delle sonorità importanti nel marasma grezzo e garage di quel movimento giunto ormai al termine di nome ‘Grunge’. Kurt Cobain era oramai deceduto da un paio d’anni e le camicie a quadrettoni fuori dai jeans erano passate di moda. E’ in questo scenario che Everett propone una sorta di blues-folk dai testi velenosi, intensi ed estremamente tristi come se volesse esternare tutto quell’immenso dolore che da una vita lo accompagna.
Madre morta per una lunga malattia, la sorella Elizabeth trovata suicida la camera adiacente alla sua, proprio durante la pubblicazione del primo album.
Un lutto mai elaborato fino in fondo, esploso poi definitivamente con l’album ‘Elettro-Shock Blues’ del 1998.
Poi un lungo percorso, marce funebri, blues melanconici e folk che raccontano la strada ma soprattutto le persone, i loro sentimenti e quello che significano.



Io li ho lasciati nel 2010 durante il tour dell’album ‘Tomorrow Morning’ , sempre qui all’Alcatraz. Mi aveva colpito la tristezza e la debolezza di Mark, nascosto dietro una barba foltissima. Lo trovati terribilmente vero e provato, mi colpì nell’anima. Ma sicuramente non potevo dire di essermi divertito.
Ora ritrovo gli Eels (letteralmente ‘anguille’ in Italiano per chi ancora non lo avesse capito) in un’altra dimensione. Simpatici, grintosi e tremendamente blues. Di quelli che ti entrano nelle vene, di quelli che penetrano nella testa e nel corpo e ti fanno saltare. Ecco quindi snocciolare tutti i brani dell’ultimo splendido album dal titolo ‘Wonderful, Glorious’.
La potenza di ‘Bombs Away’, l’invitante singolo ‘Peach Blossom’ e via via tutti gli altri splendidi brani conditi con un trittico di storici pezzi come ‘Fresh feelings’ ‘Elettro-Shock Blues’ e ‘My beloved monster’.



Una serata splendida insomma, due ore di grandissima musica che mi ha riportato a Los Angeles, a quel clima così sereno come se il sole non dovesse scomparire mai. Questo nonostante i dolori lancinanti alle mie ginocchia, doloranti per le tre ore trascorse in piedi ed immobile. E’ inutile la vecchiaia si fa sentire. E la cosa non fa più così ridere.

Questo concerto mi ha alleviato il dolore per lo scempio a cui, come la maggiore parte di voi Italiani, ho assistito nel fine settimana. La sconfitta totale della sinistra come valore, l’ennesima presa in giro di anguille politiche pronte a scivolare dalla realtà, dai problemi reali del paese. Persone che non hanno più il senso della cose, di come stanno davvero le persone e di che cosa succede veramente nella quotidianità.
Il Partito Democratico che ha praticamente effettuato un ‘congresso interno’ sulla pelle degli italiani e poi la vergogna di non sapere eleggere nemmeno un Presidente della Repubblica. Per non parlare dei soliti noti, della destra che ci ha governato per vent’anni.

Sono sempre più preoccupato per il futuro, per tutto quello che mi circonda. Spesso le battaglie rimangono tali e non portano a nessuna conclusione.
Ma continuerò a battermi per evitare questo schifo perché alla fine, prima o poi, un posto migliore se deciderò di avere una bambino io voglio lasciarlo. E per tutti quelli che mi seguono anche qui e commentano queste parole.
Fatemi sentire che ci siete, che non tutto è perduto.
Ditemi che le uniche anguille che vi piacciono sono gli Eels di Mr. E e non quei parassiti con i quali tutti i giorni dobbiamo avere a che fare.

Ditemi che anche in questo caso il tempo distruggerà ogni cosa.

Ecco un video del brano ‘Wonderful, Glorious’ registrato a Milano direttamente in presa diretta e poi il video di ‘The tournaround’ registrato a Manchester, UK il 17.03.2013.
A mio modesto parere, il pezzo migliore dell’intero album.

Buon ascolto e a presto, miei darklings.



venerdì 12 aprile 2013

Quarantuno Colpi - Obama e il Boss per il grande disarmo Americano




‘Oggi troppi ragazzi di questa città [Chicago, Illinois n.d.r.], ragazzi che vivono a volte solo a qualche isolato da grattacieli scintillanti, da parchi rigogliosi e da musei ed università, è come se vivessero in altri stati, addirittura in un altro continente. Alcuni di loro non hanno mai nemmeno visto il lago. Perché invece di trascorrere le giornate godendo delle ricchezze della città, devono guardarsi le spalle. Hanno paura di camminare da soli. Hanno paura di camminare in gruppo perché potrebbero essere scambiati per membri di una gang e questo li metterebbe in pericolo. Migliaia di ragazzi vivono in quartieri nei quali il funerale di un adolescente è considerato un fatto sventurato ma non insolito. […]
Non sto parlando di cose che accadono in zone di guerra, in qualche angolo del mondo. Parlo di una cosa che accade nella città che consideriamo casa nostra.’

Queste sono alcune delle parole che Michelle Obama ha pronunciato a Chicago, nell’Illinois Mercoledì 10 Aprile 2012 per spiegare ciò che accade negli Stati Uniti d’America ogni giorno, da sempre. Per spiegare che comprare un’arma da fuoco come se fosse una caramella in un negozio significa decidere della vita di qualcun altro.

Barack Obama sta portando avanti da mesi una battaglia contro il disarmo, l’ 82% delle famiglie a stelle e strisce possiede un’arma da fuoco per ‘legittima difesa’. 823 milioni di armi da fuoco possedute da privati durante l’ultimo censimento avvenuto nel 2004.
I morti per arma da fuoco sono stati 30.694 nel 2005 dei quali 17.002 si sono suicidati.
330 persone sono state uccise dalla polizia, 221 per motivi non accertati e ben 789 per causa accidentali.
Numeri da pelle d’oca, numeri che il Presidente degli Stati Uniti d’America, per la prima volta nella storia, affronta a petto in fuori cercando di portare alla camera a al senato del Congresso Nazionale una completa riforma per limitare l’acquisto da parte di privati cittadini di un’arma da fuoco.

Obama trova opposizione sostanzialmente da molte categorie. La trova chiaramente dai Repubblicani (soprattutto dagli esponenti degli stati del Sud) e la trova dai commercianti a da tutto quello che si muove intorno alle fabbriche di armi. Sarà una battaglia durissima e pressante quella di Barack all’ interno delle istituzioni.

Questo dibattito vige da anni in America e in tutto il mondo. Come può il paese definito da loro stessi, con enorme autoreferenzialità, il paese più libero del mondo permettere che tutto ciò accada? Come può permettere le stragi nelle scuole con ragazzi che impugnano fucili e Calibro 9?

Scrivo di questo argomento per ricondurlo al post che in tantissimi avete letto, quello riferito a Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi.
Lo scrivo per ricordare che ogni giorno, ovunque, degli innocenti muoiono fucilati o pestati gratuitamente dalla polizia, dallo Stato.

Il 04 febbraio 1999 il ventiquattrenne Amadou Diallo viene freddato con quarantuno colpi di pistola a New York, nel quartiere del Bronx da quattro poliziotti. Aveva semplicemente messo le mani in tasca per prendere i documenti alla richiesta di uno dei poliziotti di farsi riconoscere mentre camminava per strada. La loro ignoranza li ha portati a credere che Amadou stesse estraendo una pistola. Quarantuno colpi.



Bruce Springsteen, The Boss, il vero cantautore della storia Americana degli ultimi quarant’anni, il 04 giugno 2000 ad Atlanta presentò il suo nuovo brano dal titolo ‘American Skin (41 Shots)’. Lo presentò durante l' ultimo spettacolo prima del grande tour che avrebbe dovuto toccare in più tappe la città di New York.

La canzone parlava dell’omicidio di Amadou Diallo, di come sia facile terminare la vita di un’altra persona con un’arma da fuoco.
Il sindacato della polizia di New York la Patrolmen’s Benevolent Association mise in atto una campagna per boicottare i concerti di Bruce Springsteen.

’41 colpi e prenderemo quella strada
attraverso questo fiume di sangue verso l’altra riva. 
41 colpi ho gli stivali incrostati da questo fango,
siamo stati battezzati in queste acque e nel sangue degli altri.
E’ una pistola? E’ un coltello? E’ un portafoglio? Questa è la tua vita.
Non c’è nessun segreto.
Nessun segreto amico mio,
Puoi essere ucciso anche solo perché
Vivi nella tua pelle americana’.

Sosterrò la battaglia di Obama, Barack e Michelle fino alla fine. Anche il popolare attore Jim Carrey ha recentemente appoggiato con forza questa iniziativa, la Fox News Americana lo ha criticato pesantemente, minacciando di non mandare mai più in onda un film con Carrey protagonista.
Mi batterò perché queste cose non vengano mai dimenticate.

Perché, per fortuna, c’è ancora qualcuno che cerca di rendere migliore questo mondo disastrato.

Buon ascolto, con il grandissimo The Boss e ricordate che il tempo distruggerà ogni cosa, tranne il ricordo di queste barbarie.





giovedì 4 aprile 2013

Federico, Stefano, i Massive Attack. Gli innocenti non hanno nulla da temere.


25 Settembre 2005. L’autunno comincia a sentirsi nell’aria emiliana. Ferrara ancora non si è coperta, le ragazze hanno ancora le maniche corte e solo qualche felpa per la sera, dopo la discoteca. 
Come può essere la vita a diciotto anni. 
Cosa si può pensare a diciotto anni, in un locale pieno di coetanei. Qualche drink, magari una ‘canna’. Tanto per divertirsi un po’, mettere da parte la scuola, qualche diverbio in famiglia ed essere più disinibiti con la ragazza che ti piace così tanto. Chissà cosa pensava, Federico, la notte di quel 25 settembre in Via Ippodromo, a Ferrara. Magari ad una domenica mattina di sonno, magari a quanto avrebbe fatto il Bologna, impegnato a Bari per la quinta giornata di Serie B.

Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani, Monica Segatto. Questi sono i nomi e ci cognomi da non dimenticare. Quel 25 settembre dell’anno 2005 sono queste le persone che hanno sfasciato sul corpo di Federico due manganelli.
Traumi al cranio, al volto e alle costole. Arresto cardiaco per lo schiacciamento del torace sull’asfalto, calci e pugni sferrati da agenti della Polizia di Stato.
Chiameranno un’ambulanza alle ore 06:10 di quella mattina. 
Dichiareranno nel referto che Federico era considerato 'invasato violento in evidente stato di agitazione'; sosterranno di 'essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente'.

Federico Aldovrandi è deceduto durante quell’aggressione, la mattina del 25 settembre 2005 alle ore 06:18. La famiglia venne avvertita soltanto alle ore 11:00.
A distanza di otto anni l’Italia ha già dimenticato. I poliziotti chiedono il reintegro per gli autori di questa tragedia immane, condannati a tre anni e sei mesi di reclusione per omicidio colposo. Il 29 gennaio 2013 le condanne vengono sostanzialmente svuotate decretando sei mesi di reclusione per i condannati, evitando i tre anni della pena stabilita grazie all’indulto. L’agente Monica Segatto favorisce, inoltre, del decreto del Ministro Severino (governo Monti) e sconta la pena agli arresti domiciliari.

Chissà Federico come l’avrà presa. Diciotto anni, una ragazza nella testa. La scuola da finire. Una famiglia che lo aspettava. E lo aspetta ancora. Con un cartello che mostra la sua testa squartata e sanguinante da quei manganelli. Aspetta giustizia.
Il 25 settembre 2005 il Bologna vincerà a Bari 1-0 grazie ad un goal di Bellucci al dodicesimo minuto di gioco. Federico non lo saprà mai.


Roma 15 ottobre 2009. Stefano lo sapeva che non era nel giusto. Ma non ci pensava. Aveva qualche grammo di hashish nella tasca. Aveva già deluso sua sorella, la sua famiglia. Era un ex tossicodipendente e più di una volta era stato affidato a comunità di recupero. Passeggiando pensava alla sua Lazio. Pensava che tre giorni dopo avrebbe giocato contro la Sampdoria e sarebbe andato allo stadio Olimpico di Roma ad assistere al match.

Di certo non si sarebbe aspettato un arresto in fragranza di reato. E nemmeno un processo per direttissima a Regina Coeli il giorno successivo.

Stefano Cucchi è deceduto, il 22 ottobre 2009 all’ospedale Sandro Pertini di Roma dopo una settimana di agonia. La sua vescica conteneva 1,4 litri di urina. Il suo corpo non conteneva più zuccheri era da una settimana in ipoglicemia.

Sarebbe bastato un cucchiaino di zucchero. I suoi occhi erano tumefatti, completamente viola e anche il suo torace. Stefano pesava una settimana prima 58 kg. E’ morto che ne pesava 37, completamente denutrito. Stefano è stato pestato e ammazzato di botte dagli agenti penitenziari del carcere Regina Coeli.
Ad oggi nessun agente di polizia è indagato.

Il 18 ottobre 2009 mentre Stefano veniva ricoperto di calci e pugni la sua Lazio pareggiava con la Sampdoria per 1 a 1. Fu il brasiliano Francolino Matuzalem a pareggiare il vantaggio di Pazzinii.

Stefano non lo saprà mai.


Il 07 novembre 2009 i Massive Attack suonarono a Milano. Il gruppo trip-hop di Bristol non veniva in Italia da molto tempo. Fuori una pioggia battente, il Palasharp di Assago ricolmo.
A metà dello splendido ed indimenticabile spettacolo partirono le note di uno dei loro pezzi migliori ‘Inertia Creeps’. Sullo schermo alle spalle del gruppo comparirono delle frasi di quel periodo relative a blande notizie ed al gossip. Tutte le notizie erano in lingua Italiana.
Durante il crescendo del pezzo ad un tratto una grossa scritta: 

STEFANO CUCCHI: VERITA’ E GIUSTIZIA 
e poi ancora 
GLI INNOCENTI NON HANNO NULLA DA TEMERE

Un gruppo arrivato dal cuore della Gran Bretagna a chiedere giustizia per gli innocenti.

Questo vuole essere il mio ricordo. Non si può morire a diciotto anni, a trentuno anni. Non si può morire a qualunque età se ad ucciderti è lo stato. Lo stato di polizia.
Le stesse forze dell’ordine che dovrebbero difendere i cittadini onesti, che dovrebbero educare i ragazzi come Federico e Stefano. Gli agenti di polizia che dovrebbero prendere per mano le ingiustizie ed aiutare i genitori di tutta Italia.

Il terzo mondo, uno stato di polizia e dittatura.

Io non dimentico.
I Massive Attack non dimenticano.

E questa volta il tempo distruggerà ogni cosa sì ma non il ricordo di questi ragazzi e il tempo stesso non dovrà fermare la battaglia quotidiana per fare sì che queste cose mai più accadano. Nonostante tutto.

Cominciamo a cambiare queste, di cose.

Ecco il video di quel concerto ripreso da un semplice telefono cellulare, il sound non è dei migliori ma si vedono chiaramente le frasi sullo schermo.


Ed ecco il video ufficiale del brano se volete godere appieno dello splendido sound del gruppo di Bristol.



sabato 23 marzo 2013

Maldilavoro (Tutto Attaccato)




Ho avuto immediatamente la necessità ed il bisogno di diffondere questo emozionante e splendido lavoro di Renato Curcio e del suo competente ‘cantiere di lavoro’. Mi ha regalato questo libro un mio grande amico, collega, compagno e protagonista di questo favoloso spaccato di realtà. Mi sono immerso nelle parole di queste ‘storia di vita quotidiana’ (così il buon Francesco Guccini lo avrebbe definito) ed in due giorni l’ ho terminato, centotrentatre pagine di analisi, storie e racconti di donne e uomini assorbiti dal mondo del lavoro, dal consumismo e dal capitalismo in grado di rovinare vite, salute oppure semplicemente rapporti con il mondo esterno.
E’ così che dopo una breve introduzione riguardante l’aspetto retroattivo che ci ha portato a queste ignobili condizioni lavorative che ci si addentra nelle storie di call center, di fabbriche e supermercati nei quali vivono come invisibili ragazze e ragazzi ridotti a macchinati, a lobotomici apparecchi di produttività.
Si prendono in considerazione gli aspetti che la nostra società contemporanea, consumistica e capitalistica, ha creato e rinforzati soprattutto in questo ventunesimo secolo.La deumanizzazione dei lavoratori, il ricatto e la solitudine radicale sono i concetti che vi affascineranno di più e colpiranno le nostre anime perché, in fondo, tutto questo accade regolarmente anche a noi, dipendenti di persone che assumono solo ed esclusivamente il ruolo del padrone.
Ci si imbatte in Rachele, Luigino, Anita, tutti nomi di fantasia per permettere a Curcio di raccontare, invece, tutte le loro storie vere e per evitare di incorrere in qualche inutile rappresaglia personale.

Un libro adatto per reagire, per capire la nostra mente ed il nostro corpo, un libro che ci ricorda quanto è importante la nostra salute, la nostra capacità di dire ‘no’ davanti a soprusi e a richieste a dire poco assurde. Il lavoro inteso come schiavismo, in questo 2013. è ancora reale e ben delineato con l’accusa/scusa di ricatto, di perdere il lavoro, di smarrire il senso delle nostre giornate.
Un libro che ci riporta al sempre sottovalutato argomento delle morti bianche, testimonianze dirette di chi ha perso un pezzo di se stesso per ‘stare nei tempi’, per produrre.

Vi lascio con tre estratti da questo romanzo che non mi ha fatto dormire la notte, che mi ha ricordato tutte le volte che ho dovuto abbassarmi allo schifoso potere dei capi e alle loro stupide richieste puramente edonistiche e senza senso.

Il primo stralcio parla del lavoro definito 'Biocida' ossia quella forma di schiavismo che mette in competizione i lavoratori stessi con una tecnica di terrore messa in atto dall'Azienda. La competizione spinge il dipendente ad accettare qualsiasi condizione lavorativa purchè di non perdere il lavoro e ritrovarsi disoccupato. Ecco perchè si opera in situazioni al limite della follia: per salvaguardare il posto di lavoro. Ecco perchè i padroni possono ancora oggi permettersi questi atteggiamenti

Il secondo stralcio racconta degli infortuni sul lavoro, creati sì dal padrone e dalla loro continua ricerca della produttività, di ottimizzazione dei tempi. E a questo si aggiunge il ricatto, 'se denunci l'infortunio ti licenzio..'. La prevenzione non basta fino a quando non si rispetteranno i codici fondamentali dello statuto dei lavoratori del quale troppo spesso ci si dimentica.

Il terzo stralcio parla della rassegnazione, a volte non basta nemmeno la determinazione di un rifiuto per non subire comunque le ritorsioni di un proprietario, del nostro superiore. Un rifiuto dettato dalla dignità della salute, rovinata da molti lavoratori per pochi euro, guadagnati sotto una vera e propria forma di puro nuovo schiavismo.

Ascoltate il cuore, ogni tanto, e reagite. Niente vale più della nostra dignità.
Il lavoro debilita l’uomo e il tempo distruggerà ogni cosa.

'Vivere senza un lavoro, specie se si è in età avanzata ma ancora produttiva è peggio di una diagnosi di cancro: mentre questa ti conserva la dignità e gli affetti, la condizione di disoccupato, oltre a spingerti a rinunciare alla vita, ti fa perdere la dignità, gli affetti e gli amici.
Da malato ti sono tutti attorno, premurosi e generosi, da disoccupato tutti ti evitano, giudicandoti un incapace degno soltanto del minimo vitale'. (Pagina 34)

'Da 15 anni, ogni mese, continuo a sognare un tragico fatto realmente accaduto. Un compagno di lavoro perde tre dita sotto una trancia. La smorfia, le urla disumane...viene subito soccorso dal 118. Durante la fase di ripristino del macchinario ritrovo le tre dita, le avvolgo in un sacchetto di ghiaccio e le portiamo in Vespa al Pronto Soccorso. E poi le urla del padrone che ci minaccia di non raccontare l'episodio. Tutto questo continua ad accompagnarmi in molte notti degli ultimi 15 anni'. (Pagina 68)

'Come ogni stagione estiva, da qualche anno, lavoro nei grandi bar del litorale di Senigallia. Dodici o anche quattordici ore, tutti i giorni della settimana con delle punte di frequenza infernali. Un giorno ero proprio stanca, il bar era pieno e poichè ero ormai in una minima confidenza col proprietario del locale, di sfuggita ho detto 'Oggi c'è da morire!'. Allora lui si è fermato, mi ha squadrata e poi mi ha fatto cenno di seguirlo un momento nel suo retro privato. Su un tavolino c'erano delle strisce di cocaina. 'Dai fattene una' mi ha detto 'ti tira su e non senti più la fatica. Poi ce ne torniamo di là allegri e sorridenti come ai clienti piace vederci. Dai che ci divertiamo!'.
Ho detto di no e ho dovuto insistere perchè lui premeva e, ad ogni mio rifiuto, si faceva sempre più aggressivo. Ha insistito 'Guarda che quelli che fanno la stagione qui, se vogliono arrivare alla fine, lo fanno tutti! Ma se proprio non vuoi, fai il tuo lavoro e non rompere!' '. (Pagina 115)

Renato Curcio - MALDILAVORO - Socioanalisi narrativa della sofferenza nelle attuali condizioni di lavoro. Pagine 133 . Edizioni 'Sensibili Alle Foglie' - 2013 - Euro 16,00.

Sottolineo e ricordo che non ho alcun interesse personale di vario genere per sponsorizzare o lanciare libri, dischi e qualsiasi altra forma di arte. Le mie recensioni sono effettuate solo ed esclusivamente perchè un lavoro, una canzone o un quadro mi sono piaciuti e mi hanno creato emozioni.

mercoledì 20 marzo 2013

La Schizofrenia del Ventunesimo Secolo

Per questo nuovo 'post' avevo pronto una splendida recensione in merito ad un libro che mi è stato regalato una settimana fa. Ho deciso che ci sarà tempo, per chi avrà voglia di seguirmi, per diffondere una serie di splendidi e reali racconti di vita quotidiana, di emozioni, di lavoro.

Questa sera non ce l'ho fatta, troppe le emozioni altalenanti di questi giorni, troppe le distrazioni fisiche che il mio corpo mi trasmette in continuazione. E troppe anche le medicine, i farmaci; antibiotici e cortisonici che si mischiano intensamente per formare e deformare ogni singola immagine che attraversi la mente. Il cortisone mi sbiadisce la mattina, mi costringe a brancolare tra la luce pallida e d'un tratto accecante, mi sprona il pomeriggio e mi abbatte la sera. E' così che comincio a capire che cosa volevano esattamente comunicare i King Crimson, quel lontano 10 Ottobre del 1969 quando scrivevano '21st Century Schizoid Man', prima traccia di quel 'In The Court Of The Crimson King' giudicato il migliore album progressive della storia del rock. I Rolling Stones, gli The Who, Bob Dylan presero spunto da questo delirio di suoni, davvero trasportato in un fantascientifico ventunesimo secolo. E con un testo pazzesco, delirante. 
Fate partire il brano seguente e poi cominciate a leggere e a sbalordirvi.

Ecco la traduzione del testo:
'Zampa di gatto, artiglio d'acciaio
Neurochirurghi ne chiedono ancora
Alla porta avvelenata della paranoia
Lo schizoide del Ventunesimo Secolo'
Questo è l'inizio in un crescendo di chitarre e di tastiere che si fondono, entrando come una lama in fondo al cuore. Con quei 'Neurochirurghi che chiedono ancora questi pezzi di animali per creare uno schizoide al limite della paranoia'. La prima volta che avevo ascoltato queste parole avevo circa sedici anni, il rock cominciava a sgorgare nelle vene di un ragazzo troppo intento a giocare a pallacanestro per capirne fino in fondo il senso. Soltanto l'esperienza, la sofferenza, come siamo cresciuti ci può fare capire come ci si può sentire quando si sa di avere sbagliato qualcosa, quando la decisione l'abbiamo presa soltanto noi e nessun altro. Errore madornale, errore irreparabile. Schizofrenia totale. Così ci si sente, così si passano le serate e le notti, con questo giro di chitarra nella testa. Poi segue un muro di suono, violento, deprimente e allo stesso tempo eccitante e parte la seconda parte, il cuore del pezzo:
'Sangue, tortura, filo spinato
l'urna funeraria dei politici,
Innocenti violentati dal fuoco del napalm
Lo schizoide del Ventunesimo Secolo'

Il delirio si compie definitivamente con un'immagine ben delineata: il rosso del sangue che si mischia alle torture, il filo spinato che perfora la pelle, i politici che violentano i Vietnamiti, famiglie innocenti devastate e distrutte definitivamente dal Napalm, questo è lo schizoide del ventunesimo secolo. 
San Francisco, California, Stati Uniti d'America - da lì partirà l'intera protesta che sfocerà poi in Woodstock, da lì partirà il grido di dolore dei Viet Cong e dei cittadini del Vietnam uccisi da una guerra inutile e dalla pioggia acida. Questo è lo schizofrenico da combattere, questo è quello che sentiamo DENTRO, quando ci giriamo senza addormentarci e pensiamo che tutto è sbagliato e che tutto ABBIAMO sbagliato. 

'Seme della morte, avidità del cieco
poeti muoiono di fame, bambini sanguinano
non c'è niente che possieda di cui abbia davvero bisogno
Lo schizoide del Ventunesimo Secolo'

Il giusto finale, 'non c'è niente che possieda di cui abbia davvero bisogno', lo dicevano e lo scrivevano nel 1969 quanto Bill Gates non esisteva ancora, quando a malapena avevamo a casa il telefono fisso. Fa quasi sorridere paragonata ai giorni nostri. Sempre di corsa, movimenti irrefrenabili che si rivalgono sulle nostre menti ogni volta che proviamo a 'non pensare a niente', contiamo e ricontiamo i disegni delle nostre lenzuola sperando che tutto possa scomparire.
Visioni schizofreniche deturpate lievemente da vampate di caldo, da energie che riflettono i rumori del nostro interno. La nostra anima che parla e pensa quello che vorrebbe dire a tutto, a tutti senza sentirsi più in colpa. Libera. Eternamente leggera.
Prima o poi ci arriverò, tutto terminerà lentamente e soprattutto io non avrò più paura. Non soffrirò più per queste stupide paranoie, il sonno mi avvolgerà e con un bacio sospirato mi regalerà quel riff perfetto, quello splendido sole che potrò osservare senza gli occhiali scuri per nascondere le ombre, i problemi, la vita.
Riuscirò a ringraziare qualsiasi persona mi abbia dato un'emozione e sorriderò, sorriderò perchè sarò io, l'uomo schizofrenico del ventunesimo secolo, sarò talmente inebriato di sostanze che raggiungerò tutti vostri dolori e vi sentirete alleviati, sereni. Tranquilli.
Perchè tanto, poi, il tempo distruggerà ogni cosa.

venerdì 15 marzo 2013

La Riscoperta del Corpo

Mi sono imbattuto in un romanzo per niente scontato, di un autore oramai da più di un ventennio alla ribalta del successo. Forse è anche per questo motivo che l'ho sempre snobbato; in effetti uno dei miei difetti è proprio la presunzione di non leggere, di non ascoltare, di non vedere tutto ciò che la maggioranza delle persone ha letto, ascoltato e visto.

Sto parlando di Daniel Pennacchioni, nato il 01.12.1944 a Casablanca, laureato in lettere all'Università di Nizza e poi professore in un liceo classico di Parigi. Lo conosciamo tutti con lo pseudonimo di Daniel Pennac, uno dei romanzieri più famosi (e venduti) dal 1991 ad oggi.
Passeggiavo nella mia mesta pausa pranzo quando in una libreria mi ha colpito questa copertina arancione con un disegno alquanto pessimo di un uomo nudo, coperto soltanto da un libro. In alto il nome dell'autore ed il titolo: STORIA DI UN CORPO.



Incuriosito, non ho esitato ad andare alla terza di copertina per leggere la trama.
18,00 Euro non sono pochi, di questi tempi, ma faccio uno sforzo e me lo porto a casa.
Sostanzialmente si tratta di una storia vera. Un uomo ha tenuto un diario da quando era piccolo fino alla sua morte, un diario della sua vita. La stranezza? Non vi sono riportati gli eventi più importanti o le emozioni delle sue giornate nè tanto meno gli amori vissuti. Sono riportate solo ed esclusivamente le reazioni del suo corpo in qualsiasi situazione.
E così tra acufeni scoppiati improvvisamente, polipi aggrovigliati nelle narici, ansie, paure, irrigidimenti muscolari, orchiti, epistassi e perdite di memoria ne esce un racconto spettacolare, particolare ed alquanto inquietante. 
E' semplicemente la storia di una vita. La vita del nostro corpo, un corpo che si modifica, che si ribella, che cresce per poi invecchiare e di nuovo fermarsi. Un corpo che si fa ascoltare e deve essere ascoltato. In alcuni passaggi vengono annotate vere e proprio fasi-verità, dei piccoli pensieri che, letti in questo mio piccolo post, possono sembrare ovvietà ma che sono assolute verità. 
'La prudenza è l'intelligenza del coraggio' dice l'uomo dopo avere spiegato perchè a trent'anni ha ancora paura di molte cose il corpo agisce di conseguenza. 
'L'unica passione della mia vita è stata la paura' mentre si ritrova ricoverato nell'ospedale della capitale Francese per continue epistassi.

Mi sono ritrovato molto in questo romanzo, mi ha ricordato la mia infanzia, le mie paure e i contini sensi di colpa per non avere ascoltato sempre le indicazioni dei miei genitori.
Sono sempre stato troppo attento ad ogni situazione e poche volte mi sono lasciato andare all'entusiasmo pur essendomi sempre divertito con gli amici del quartiere.
Mi manca quel periodo, lo ammetto. Quei momenti nei quali una botta, un colpo alle ossa non procurava alcuna conseguenza e non si pensava ai rimedi o ai dolori.
Poi la paura che aumenta mentre si cresce e di conseguenza aumentano le responsabilità.
Ogni movimento e gesto dosato per evitare fratture, per evitare attimi dolorosi.
Questo racconto del buon Pennac ci fa capire che quello che noi proviamo fa parte della 'normalità' , quando stiamo male non ci sta accadendo nulla di strano. E' solo il corpo che parla, che si fa sentire e che ci racconta come sta. 
La difficoltà è fare capire alla mente di fermarsi, di rendere tutto meno complicato e più rilassante. Di fermarsi un attimo, insomma. E' proprio questo il messaggio finale, avere vissuto una buona vita, reagendo in maniera positiva alle avversità.

Consiglio a tutti questo bel romanzo, aiuta a ragionare, a cercare di capire come siamo fatti, DENTRO, tra nervo, fasci muscolari e dolori lancinanti. Tutto questo vivendo molti periodi storici del secolo scorso.
Bellissimo ciò che il protagonista scrive durante il famoso Maggio 1968, anno degli scontri tra studenti, universitari e polizia: 'La piazza sta forse scrivendo il diario del corpo?'.

Leggere queste parole mi hanno ricordato uno splendido brano di Frank Zappa e i suoi Mothers Of Invention dal titolo 'What is the ugliest part of your body'?' pubblicato nello spettacolare album 'W're only in it for the money' (Siamo qui solo per i soldi) pubblicato proprio in quel lontano 1968.
Un album spettacolare di uno degli artisti più importante ed innovativo della storia del rock.

E allora mentre cercate di capire quale sia la parte più brutta del vostro corpo, godetevi questo minuto e quattro secondi di puro delirio.

Nel frattempo vado a soffiarmi il naso e farmi di fluimucil, vi saluto e vi aspetto nel mio prossimo post ricordandovi che il tempo distruggerà ogni cosa.