Un blog a denominazione di origine controllata, un blog per recensire, informare, riformare, deformare, modellare. Un blog nel quale il tempo distrugge ogni cosa. Un blog che racconta le storie di piccoli eroi quotidiani. Un blog per aprire dibattiti.
Domenica
scorsa mi sono sentito come quel 06 Aprile del 1994. Avevo appena quattordici
anni e soltanto la sera prima Kurt Cobain se n’era andato, con un colpo di
fucile sparato in gola. Tradito. Questa era la sensazione in quella giornata di
tristezza assoluta.
Ricordo l’emittente di Vittorio Cecchi Gori, VideoMusic, che
trasmetteva i video dei Nirvana uno dopo l’altro. Da ‘Smells Like Teen Spirit’
a ‘Heart-Shaped Box’. Un commiato perfetto, uno dei primi tributi in diretta di
un personaggio che ci aveva lasciato. O meglio, per quanto mi riguarda,
tradito.
Da quei video cominciavo ad osservare in maniera diversa quello che
ascoltavo dal mio vecchio walk-man. I suoi occhi, azzurri come il cielo ma così
pieni di tristezza e rabbia.
E io, adolescente che si apprestava ad andare a
studiare a Bergamo Città, che lo credevo un mio amico, un bravo ragazzo con
l’aspetto di un angelo, pronto a sparare merda sul classico pop inglese che
girava ininterrottamente nelle radio in quel periodo.
Era
semplicemente un alternativo, era grunge, punto.
Così
non ero né arrabbiato, né triste ma semplicemente ferito. Come se avessi perso
un amico, nonostante lo potessi riascoltare in ogni momento e fino alla fine
dei miei giorni.
Domenica
sera, 27 Ottobre 2013 se ne è andato Lewis Allan Reed o, più semplicemente, Lou
Reed. Ci ha lasciati in circostante diverse, nessuno sparo e nessun suicidio,
nonostante tutto.
Un
trapianto di fegato riuscito non troppo bene, le svariate medicine assunte e
gli elevati rischi di un rigetto.
Così Lou ha resistito un anno e mezzo prima
di spegnersi silenziosamente, come il suo esordio con i freddi ma spettacolari
Velvet Underground.
Anche
questa volta mi sento ferito, come se un altro mio amico se ne fosse andato per
sempre. Mi ha accompagnato in momenti di disperazione e nei miei viaggi,
sussurrandomi nelle orecchie ‘Perfect Day’ oppure ‘Vicious’ oppure ‘Satellite
Of Love’.
Ricordo
un pomeriggio a Manhattan Beach, Los Angeles mentre camminavo nel sole
californiano e fischiettavo con il mio mp3 nelle orecchie ‘Walk on the
Walkside’.
Non
vi annoierò con tutta la sua discografia e tutti i problemi passati da piccolo.
Nemmeno della sua influenza in generi musicali completamente diversi tra loro
come il classic rock, il glam, il punk e la new wave. Sicuramente senza di lui
gente come David Bowie oppure gruppi come Joy Division o più tardi ancora i R.
E. M. non sarebbero mai esistiti.
Volevo
solo dirvi, miei affezionati darklings, che la musica ha uno di quei ‘mostri
sacri’ in meno, che le mie orecchie e il mio cuore non avranno più un cantore
come Lou a tenermi compagnia la domenica mattina e non solo.
Lo
voglio ricordare nello splendido film di Wayne Wang‘Blue In The Face’ del
1996, tratto da un racconto dello scrittore Paul Auster, interpretare ‘L’uomo
con gli strani occhiali’.
E
volevo salutarvi con uno dei pezzi più incredibili del suo repertorio. Era il
1967, e negli Stati Uniti d’America costernati dalle contraddizioni, Lou
rivendicava la sua bisessualità dichiarando al momento di ‘aspettare il suo
uomo’ che ‘arriva sempre in ritardo e non è mai in anticipo’…ladies and gentleman 'I'm Waiting For The Man'.
‘Per
me Robert Johnson è il più importante musicista blues mai vissuto. Non ho mai
trovato nulla di più profondamente intenso. La sua musica rimane il pianto più
straziante che penso si possa riscontrare nella voce umana.’
Eric
Clapton – Intervista pubblicata nel booklet del doppio album Robert Johnson –
'The completed Recordings'.
Carissimi
lettori, eccomi tornato dopo la pausa estiva contraddistinta da enormi
cambiamenti e da abitudini da costruire e da lasciarsi alle spalle. Ma questo è
già un altro discorso. Siamo tutti portati a lamentarci, a piangere sulle
nostre disgrazie e a prendercela con delle situazioni non definite, cose
astratte come il destino, il fato e le coincidenze.
Per
questo l’uomo ha avuto bisogno di sfogare questi lamenti, questa frustrazione
al limite tra l’autoreferenzialità ed il vittimismo. Ecco perché l’uomo ascolta
la musica, ecco perché gli esseri umani, da sempre, ascoltano il blues.
E’
da un lamento che,nel 1931 a Copiah County –
Mississipi - , un ragazzo di colore disperato ed ubriaco fradicio di nome
Robert Leroy Johnson (nato ad Hazlehurst l‘ 08.05.1911) inventa il blues.
Vagava
da mesi in cerca di una sistemazione, tra i villaggi del Mississipi, lacerato
dalla morte della sua giovane moglie sedicenne Virginia Travis, deceduta mentre
dava alla luce il suo primo figlio. Senza famiglia, senza casa, senza soldi e
con tanta rabbia in corpo Robert trascorre le sue giornate tra donne e whiskey
cercando, ogni tanto, un pezzo di legno con delle corde per strimpellare
qualche nota e raccontare delle storie.
La
musica diventa una vera e propria passione, la sua unica e nuova ossessionante
compagna di vita. Ogni sera modella quel pezzo di legno e cambia la
sistemazione delle corde, ogni ‘fuckin’ night’ si esibisce davanti ad ubriachi
del posto con una chitarra diversa, innovativa. Ma ciò che più impressiona è il
movimento delle dita sulle corde, virtuosismi mai visti a velocità pazzesche.
Musica che risuona in maniera sempre più complicata e complessa con testi
strazianti di vita vissuta, amori perduti, solitudine e cuori spezzati.
Il
suo modo di suonare diventa una stupefacente tecnica chitarristica basata
sostanzialmente sul 'fingerpicking' e tuttora additata come una delle massime
espressioni del blues; le evocazioni generate dalla sua voce e dalle sue
complesse strutture chitarristiche; il sinistro contenuto dei suoi testi, pur
largamente improvvisati (come era ovvio per il genere, all’epoca), spesso
narranti di spettri e demoni quando non esplicitamente riferiti al suo patto
con il diavolo in persona.
Già.
Il patto con il diavolo, l’inizio di tutto. L’inizio del primo vero genere
musicale mai inventato, il Delta Blues, dal nome della zona nella quale Robert
Johnson deliziava la sua platea di ubriachi con dei capolavori. Dal nome del
bivio, il crossroads, dove il fiume Mississipi si divide per prendere due
strade diverse.
E'
lì narra la leggenda, che il giovane bluesman avesse stretto un patto con
il diavolo, vendendogli la sua anima in cambio della capacità di poter suonare
la chitarra come nessun altro al mondo.
Ad
alimentare la leggenda ci sono i racconti dei vari musicisti che lo conobbero e
che riferiscono la sua iniziale goffaggine nel suonare la chitarra. In base a
queste testimonianze (tutte concordanti), Johnson scomparve dopo la morte della
moglie per poi riapparire dopo un anno dotato di una bravura straordinaria, una
bravura nel maneggiare quel pezzo di legno tale da lasciare tutti allibiti.
Tra
il Novembre del 1936 e il Giugno del 1937 Robert Johnson lascerà il suo segno
indelebile nel mondo della musica e della cultura incidendo 29 canzoni in una
camera d’albergo di proprietà di uno scopritore di talenti dal nome di Ernie
Ortle, una sorta di primo talent scout.
Queste
tracce verranno poi suonate e riproposte decennio dopo decennio dai più
importanti gruppi rock, blues e funky della storia della musica decretandone
definitivamente l’importanza e classificando Robert Johnson come pietra miliare
della storia della musica, fonte d’influenza per numerosissimi musicisti.
Il
23 Gennaio del 1986 viene introdotto nella Rock And Roll Hall Of Fame nella
categoria Early Influences e definito il secondo migliore chitarrista della
storia inferiore soltanto a Jimi Hendrix.
Anche
la morte di Robert Johnson, avvenuta a Greenwood il 16 Agosto del 1938, a soli 27 anni rimane
avvolta nel mistero.
Testimoni,
tra i quali il musicista Sonny Boy Williamson II, hanno più volte confermano
che Johnson la notte del 13 Agosto 1938 si trovava a suonare con loro al Three
Forks, un locale situato a 15
miglia da Greenwood nel quale i tre suonavano ogni
sabato sera a seguito di un ingaggio che durava da alcune settimane. Era
apparso subito evidente come Robert Johnson avesse una storia con la moglie del
gestore del locale, il quale era consapevole del fatto ma che non aveva cessato
di contattarlo per esibirsi.
Racconta
Sonny Boy che durante la serata, complici l’alcol e l’atmosfera di grande
eccitazione, gli atteggiamenti dei due furono talmente spudorati da risultare
persino imbarazzanti. Altrettanto chiara era la rabbia dipinta sul volto del
barman.
Quando
durante una pausa venne passata a Robert una bottiglia da mezza pinta di
whiskey senza tappo, Sonny Boy gliela fece cadere di mano avvertendolo che non
era prudente bere da una bottiglia aperta; nondimeno questi s’infuriò e bevve
con stizza la successiva bottiglia, ugualmente passatagli, già stappata. Poco
dopo risultò evidente che Johnson non era più in condizione di suonare al punto
che lasciò la chitarra e si alzò per andare via, in stato confusionale. Fu
accompagnato a casa di un amico, dove poche ore iniziò a delirare – si trattava
dei primi segni di avvelenamento.
In
quel luogo morì il martedì successivo, dopo due giorni di intensa agonia.
La
vera tomba di Robert Johnson non è ancora ufficialmente definita. Nei dintorni
di Greenwood ci sono ben pietre tombali con il suo nome inciso sopra.
Nella
foto ecco quella di Quito, Mississipi poco distante da Greenwood, situata nel
cimitero di Payne Chapel recante la scritta ‘Resting in the Blues’ come tributo
assoluto ed ultimo saluto all’inventore del genere Delta Blues e del
fingerpicking.
Di
lui restano frasi e storie che ancora oggi lacerano cuori e scavano nel nostro
profondo dell’anima. Sembra quasi sentire ancora la sua voce e la sua lunga
litania quando ascoltiamo un suo brano. Come questa frase emblematica del pezzo
‘Hellhound on my Trail’.
‘I got to keep movin’, blues
falling down like hail. And the day keeps on worryin’ me…there’s a hellhound on
my train.’
‘Devo
correre, il blues scende come grandine. La luce del giorno continua a
tormentarmi…c’è un segugio infernale sulle mie tracce.’.
Ecco
le 29 tracce registrate tra Lunedì 23 Novembre 1936 e Domenica 20 Giugno 1937:
1)Kindheart Woman Blues
2)I Believe I’ll Dust my Broom
3)Sweet Home Chicago
4)Rambling On My Mind
5)When You Got a Good Friend
6)Come On In My Kitchen
7)Terraplane Blues
8)Phnograph Blues
9)32-20 Blues
10)They’re Red Hot
11)Dead Shrimp Blues
12)Cross Road Blues
13)Walking Blues
14)Last Fair Deal Gone Down
15)Preaching Blues (Up Jumped The Devil)
16)If I Had Possession Over Judgement Day
17)Stones In My Passway
18)I’m a Steady Rollin’ Man
19)From Our Till Late
20)Hellhound On My Trail
21)Little Queen Of Spades
22)Malted Milk
23)Drunken Hearted Man Take
24)Me and The Devil Blues
25)Stop Breakin’ Down Blues
26)Traveling Riverside
Blues
27)Honeymoon Blues
28)Love In Vain Blues
29)Milkcow’s Calf Blues Take
Numerosi
sono i gruppi che ancora oggi interpretano I brani di Robert Johnson
arraggiandoli in maniera sempre diversa ma inequivocabilmente ed irrimediabilmente
blues. Tra le più famose cover spiccano quelle dei Rolling Stones riferite a
‘Love In Vain’ (Album ‘Let It Bleed’ del 1969) e ‘Stop Breakin’ Down’(Album
‘Exile On Main St. del 1972), quella dei Led Zeppelin riferita a ‘Travelling
Riverside Blues’ contenuta nell’album ‘Coda’ del 1982, quella dei Red Hot Chili
Peppers riferita a ‘They’re Red Hot’ contenuta nell’album ‘Blood, Sugar, Sex,
Magik’ del 1991 e per concludere quella degli White Stripes (‘Stop Breakin’
Down’) contenuta nell’album omonimo del 1999.
Ecco
la cover tratta dall’album originale ‘Exile On Main St.’ dei Rolling Stones.
E
ricordate, il tempo distruggerà ogni cosa, tranne i patti con il diavolo…
Riporto integralmente l'intervento di Mina Welby, moglie di Piergiorgio, durante un convegno svolto a Milano in data 27.06.2013.
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, personalmente posso solo divulgare questo immenso gesto d'amore che una donna ha fatto per il suo uomo, per la persona a lei più cara al mondo.
Ricordatevi che il tempo distruggerà ogni cosa, tranne i gesti come questo. Firmate per una legge giusta, firmate per fare sì che il testamento biologico diventi legge anche in Italia.
Buona lettura.
IL DOVERE DI MORIRE
'Chi non ha mai percorso dei sentieri di montagna? Sono
diligentemente marcati con delle indicazioni che aiutano il viandante ad
arrivare alla meta prefissata.
Io per natura ero un po’ discola nel rispettare le
segnaletiche. Curiosa da sempre, seguivo suoni di ruscelli e voci di animaletti
che volevo sorprendere. Non m’importava arrivare più tardi degli altri in cima
alla collina.
Anche sulla strada della mia vita ho fatto come
Cappuccetto Rosso. Ho fatto di più, ho perduto il cuore per una persona che
diventò ragione di vita per me. Dall’esempio di mia madre, che allora non
viveva più, ho tratto il coraggio di farlo. Innamorarsi di una persona con
abilità limitate suscita qualche perplessità e preoccupazione in chi ti
conosce.
Hai riflettuto bene?
Fu la domanda con uno sguardo preoccupato.
Mi vedevano felice e questo bastava a tutti, almeno
credo.
Inizialmente sembrava complicarsi il rapporto tra me
e Piero. Non voleva un legame di responsabilità, sancito pubblicamente, il
matrimonio. Il suo amore arrivò al punto di non volermi legare a sé. Lui era
già allora orientato verso un ‘porto non lieto ma sicuro’.
Troppe erano le avvisaglie di una patologia, la
distrofia, che aumentava varie disabilità fisiche nel suo corpo. Io non lo
amavo per compassione ma volevo che trovasse ancora gusto di vivere nonostante
tutto. Ancora non mi conosceva. Lui cacciatore, amante della natura non doveva
marcire in un letto. Come superare gli ultimi gradini della scala per potere
uscire insieme a lui? E come fargli venire la voglia di uscire? Sorpresa! Uno
scivolo rimovibile e una leggerissima canna da pesca. Alla nostra prima gita
insieme al suo papà fu molto scettico, ma alla fine contento, e una uscita
tirava l’altra, come le ciliegie.
Mi facevano molta pena le larvette di mosca che
mettevo all’amo, ma ben presto diventò una necessaria abitudine. Le ricettine
di trote ai frutti secchi o alle erbette furono graditissime. Avevo vinto!
Aveva vinto la voglia di vivere! E io avevo imparato tutto sulla pesca. Anche
il suo amore per la fotografia e la pittura ci fecero trovare nuove strade per
potere ancora lavorarci.
Le giornate diventarono piene di soddisfazioni sempre
nuove.
Assistere nello studio ragazzi svogliati e studenti
volenterosi, godere dei loro successi agli esami, allestire una mostra
fotografica, poter partecipare ad una esposizione di quadri e riuscire a
venderne qualcuno erano piccole soddisfazioni, silenziosamente condivise. Lo
studio di filosofia alternato a quelli di programmi per computer e tutto il
resto allontanava sempre di più la spada di Damocle della distrofia
apparentemente per me. Oggi so che lui viveva per me. Non aveva mai perso la
severità del suo futuro. Sapeva nascondermelo.
Con molta dolcezza mi preparò e mi chiese di non
portarlo in pronto soccorso se fosse sopravvenuta una crisi respiratoria. Ero
d’accordo. Ci parve tanto semplice morire.
Ma la realtà fu ben diversa di quella che
immaginavamo. Piero mi chiese aiuto.
Chiamai il soccorso.
Era difficile, difficilissimo capire, come agire in
modo giusto. Tutto da imparare. In rianimazione: non mi poteva parlare, aveva
un tubo in bocca attraverso il quale una macchina gli soffiava l’aria nei
polmoni. Non mi doveva vedere triste.
Potevo piangere fuori sul corridoio, dopo la visita.
Non doveva vedermi con gli occhi rossi. Poi venne la scelta possibile: la
tracheotomia. Dopo tre giorni di discussione tra noi due, come meglio possibile
nelle sue condizioni, e i medici. Poi con disappunto mi fece firmare.
Lo vedevo e lo percepivo indifeso, mi sentivo
impotente e in colpa nei suoi confronti.
La sua vita diventò una condanna.
Si fece portare Lucrezio ‘De rerum natura’. Se lo
fece leggere da un’infermiera quando era libera. Sicuramente non apprezzava la
catechesi del cappellano sul valore del dolore e la salvezza dell’accettazione.
Poi tornò a casa.
Era un figlio della terra, dove tutto muta, nulla si
distrugge, ma serve per fare nascere altro.
I suoi occhi mi parlavano di ribrezzo di se stesso.
Evitava di guardarsi perfino nel riflesso di un
vetro. Il mio istinto cercava soluzioni. Il rispetto per la sua persona mi
suggerì di trattarlo il più naturale possibile, come sempre.
Imparai tante cose nuove, come medicare la stomia,
fare la bronco aspirazione, cambiare i flitri all’ ‘uomo bionico’, come cambiargli
posizione, alzarlo, tutto in modo accelerato e la nostra vita diventò di nuovo
non solo accettabile, ma anche stimolante.
Si risvegliò il suo humor, il ventilatore automatico
era diventato ‘la mamma’. La nostra gatta era la caposala, mi avvisava se il
ventilatore andava in allarme. Anche la tecnica medica per noi era diventata
una delle cose, inventate dall’uomo, accettate con ironia, come supporto
necessario. Vivevo quasi in una ebbrezza di felicità per la vita riacquistata
da Piero. Lui era consapevole delle sue condizioni e spesso aveva cercato di
portarmi alla realtà. Sentiva che la distrofia voleva il suo filo. Durò pochi
anni e mi risvegliò alla brutale realtà un grave peggioramento fisico. Chiese
l’uso di un sondino temporaneo per poter nutrirsi senza danni per i suoi
polmoni. Era iniziata una lenta ma continua ‘decostruzione’ di un corpo che non
riusciva più a dare piacere di vivere, ma diventava via via ostacolo per uno
spirito che in tutto il suo percorso lo aveva dominato, curato, educato per
attuare il suo piano di vita. Era giusto dare questo strumento di vita il
meritato riposo.
‘Non c’è più nulla da inventare. Abbiamo avuto tutto
dalla vita. Dobbiamo capire che è tutto finito.’
Non voleva indugiare sullo sfacelo fisico e reclamava
il diritto per il suo corpo di poter concludere come era nella sua natura:
morire.
‘Dopo capirai.’
‘Sei un soldatino.’
Solo lentamente capii queste parole, profetiche per
la mia persona. Compongo in breve un puzzle: Piero era co-presidente
dell’Associazione Luca Concioni, per anni lavorava su un progetto: una legge
per una ‘morte opportuna’, i tempi vitali si erano troppo ristretti, rimaneva
il suo corpo per terminare il lavoro: il dovere di morire, per far capire.
La
notte del 24 Giugno di ogni anno è il grande giorno del solstizio d’estate.
Le
paure scappano, il sole si apre sulle nostre teste e i pensieri corrono via
lentamente facendo posto alla felicità, alle giornate che si allungano e alla
rassegnazione che ‘così vannole cose e così devono andare’, come se non ci
fosse alcuna soluzione al destino, al movimento del sole, della terra e della
luna.
La
notte del 24 Giugno è la notte di San Giovanni, giorno della nascita di San
Giovanni Battista, unico Santo per la religione cattolica-cristiana che
rappresenta la vita e non la morte. Questo momento ha un grande significato
simbolico per tutti i cristiani equiparato alla notte di Natale, nascita di
Gesù Cristo.
La
tradizione popolare ha così elaborato diversi piccoli rituali per propiziare le
forze positive al culmine del loro potere ed esorcizzare quelle negative legate
alla diminuzione delle ore di luce.
Nel
Nord Italia, in particolare modo in Veneto ed in Lombardia, la festa di San
Giovanni si esprime tramite delle vere e proprie danze intorno a dei falò
accesi per dare fine al passato. Si bruciano cose vecchie, si ardono oggetti e
vestiti che non servono più per propiziare novità, speranze e una vita nuova.
Famoso
un proverbio popolare che la dice lunga sull’importanza di questa tradizione:
‘La
notte di San Giovanni destina il mosto, i matrimoni, il grano e il gran turco’
Purtroppo,
come altre consuetudini popolari, anche questa festa sta perdendo la sua
importanza, dimenticata da eventi molto più importanti; politici, sportivi o
tecnologici.
Soltanto
nel oramai lontano 1993 un gruppo Italiano dei più influenti ed importanti
della musica contemporanea ha lasciato un ricordo in merito a questa
tradizione.
Erano
gli anni che succedevano allo scandalo di Tangentopoli, gli anni definiti della
‘Seconda Repubblica’. Gli anni della sconfitta dell’ Unione Sovietica, divisa
in tanti piccoli stati chiamati semplicemente ‘Confederazione degli Stati
Indipendenti’ (C. S. I.).
Un
gruppo chiamato C. C. C. P. si era da poco trasformato da un complesso di
musica ‘punk-rock’ ad una formazione molto più complessa, costruendo un genere
unico e particolare. Scelsero il nome di C. S. I. , giocando ironicamente con
la sigla della Confederazione degli Stati Indipendenti di cui sopra ma
definendosi in realtà ‘Consorzio Suonatori Indipendenti’. I componenti sono
musicisti già famosi soprattutto in Emilia-Romagna e ruotano tutti intorno alla
voce del cantante Giovanni Lindo Ferretti e le chitarre di Massimo Zamboni e
Giorgio Canali, il basso di Gianni Maroccolo, la batteria di Roberto Zamagni, i
cori di Ginevra Di Marco e le tastiere di Francesco Magnelli.
Il
loro album del 1993 ‘Kò de Mondo’ è un fantastico mix di musica suonata
divinamente associata a testi molto complicati e sofisticati che creano all'ascoltatore molte immagini, frasi ad effetto che portano a ragionare su
molti rapporti sia con gli altri e sia con se stessi.
All’interno di questo album c’è un brano dal titolo
‘Fuochi nella notte di San Giovanni’ che rende giustizia e merito alla
tradizione di cui abbiamo parlato, una stupenda poesia che si articola sulla
frase che compone il ritornello:
‘Così vanno le
cose, così devono andare
chi c’è c’è e chi
non c’è non c’è
chi è stato è stato
e chi è stato non è
e non tacciano i
canti e si muove la danza
e non tacciano i
canti e si muove la danza
danza, danza, danza,
danza, danza’
L’estate è appena iniziata, i brutti ricordi sono stati
bruciati, i falò accesi.
Le speranze ci avvolgono nonostante le brutte notizie.
In questa notte di San Giovanni anche io ho acceso i miei
fuochi, la mia nuova vita.
Non ho molto, forse non ho nulla.
Ho l’amore, questo sono sicuro che mi basterà per
accendere ancora mille fuochi.
E voi?
Alla prossima darklings e anche questa volta il tempo
distruggerà ogni cosa.
Voglio dare il giusto spazio e la giusta rilevanza ad una
notizia che non ha trovato posto all’interno dei maggiori organi d’informazione
italiani tranne che sul quotidiano ‘Il Manifesto’.
Il
giornalista Michele Giorgio è l’unico, infatti, ad avere scritto un bellissimo
articolo intitolato ‘Un cartellino rosso agli Europei d’Israele’, pubblicato in
data 30.05.2013.
Dal
05 al 18 giugno 2013 si terranno nelle città di Gerusalemme, Tel Aviv, Netanya
e Petah Tikva gli Europei UNDER 21 delle nazionali di calcio qualificate per
questa manifestazione. Parteciperanno a questo torneo, oltre alla nazione
ospitante Israele, Germania, Inghilterra, Italia, Norvegia, Olanda, Russia e
Spagna. Una manifestazione che si attende molto equilibrata e scoppiettante per
l’alto tasso tecnico dei giocatori che compongono queste formazioni.
Non
si può, però, ogni volta glissare sull’aspetto morale delle scelte che la
politica del calcio (sicuramente non distante dalla politica europea) effettua
dimostrando assoluta incoerenza con i facili slogan che ogni sera siamo ad
osservare sui campi di calcio.
Per
quale motivo Platini e Blatter hanno scelto come location di questa importante
manifestazione giovanile proprio Israele?
Dopo
la campagna ‘right to play’ all’insegna del gioco pulito, la condanna dei cori
razzisti all’interno degli stadi con minacce di sospendere gli incontri (cosa
fino ad ora mai accaduta in una competizione ufficiale) e il famoso ‘Diamo un
calcio al razzismo’; viene scelta come sede degli Europei uno degli stati con le
mani sporche di sangue.
Israele,
paese che occupa in maniera del tutto arbitraria territori che non sono i suoi
annullando, di fatto, la Palestina ed i suoi abitanti.
Israele
filiale degli Stati Uniti che ha ucciso migliaia e migliaia di donne,
bambini e abitanti della Palestina con l’accusa di rivendicare un territorio,
un casa, la libertà.
Israele
che ha costruito un muro invalicabile che divide completamente la nazione con
il divieto assoluto per i palestinesi di entrare nei territori israeliani.
Israele
che non riconosce la Palestina, senza diritti, senza esistenza e
senza…nazionale di calcio.
Una
scelta del tutto vergognosa che ha portato molti giocatori di calcio affermati
a scrivere in data 24.05.2013 una lettera all’UEFA di cambiare la sede della
manifestazione essendo INTOLLERABILE giocare in uno stato reo di avere commesso
di crimini verso l’umanità.
Atleti
del calibro di Didier Drogba, Jeremy Menez, Frederic Kanoutè ma anche
personaggio di spicco della cultura mondiale come il regista Ken Loach,
l’attore Roger LloydPack, il comico Alexei Sayle e il parlamentare laburista
Jeremy Corbin.
Non
si può evitare di commentare l’assenza di personaggi Italiani. Silenzio
completo da parte della Federazione Italiana Gioco Calcio, dei calciatori e
persino dell’allenatore della Nazionale Maggiore di calcio Cesare Prandelli,
sempre molto attento all’attualità e in prima linea per combattere il razzismo.
Allenatore autore, inoltre, di un codice etico. Una serie di regole di ‘buona
condotta’ che i calciatori devono rispettare durante tutto l’anno sportivo per
accertarsi la convocazione in nazionale pena l’esclusione.
Argomentazioni
molto populiste che non trovano risconto poi in gravi fatti come questo:
nessuna parole de commissario tecnico in merito alla scelta di Israele come
luogo dell’evento degli Europei.
Voglio
ricordare qui, su questo spazio libero ed incensurato, gli ultimi crimini degli
israeliani. Senza generalizzare mi limiterò a citare ciò che i militi ebrei
hanno combinato ai giocatori della nazionale della Palestina (ricordo, non
riconosciuta dalla UEFA).
Tre
mesi di sciopero della fame e protesta internazionale per rilasciare il
nazionale Mahmoud Sarsak, arrestato mentre viaggiava da Gaza per la
Cisgiordania, rimasto in cella per oltre tre anni senza capo d’accusa e nessun
processo, in detenzione amministrativa.
4500
detenuti politici tra i quali il portiere della Palestina Omar Abu Rois e il
dimensione Mohammad Nimr.
E’
andata peggio ad altri tre giocatori palestinesi: Ayman Alkurd, Shadi Sbakhe e Wajeh
Moshate uccisi nell’offensiva israeliana ‘Piombo fuso’ contro Gaza nel non
troppo lontano gennaio 2009.
Pazzesca
la totale insensibilità di roi Michel Platini e del suo amico mafioso Joseph
Blatter.
Dato
che, anche in questo caso, il tempo distruggerà tutto compreso le solite
ipocrise voglio, di seguito, pubblicare la lettera di protesta della quale ho
parlato sopra.
Perché
alcune persone, nonostante il benessere economico e la popolarità dovuta al
mondo del pallone, hanno ancora sensibilità per ciò che è UMANO.
Buona
lettura e alla prossima informazione che non vi dicono.
‘Venerdì
24 maggio, delegati delle leghe calcio europee si sono riuniti in un albergo di
Londra per il Congresso Annuale della UEFA. In tale sede hanno convenuto nuove,
severe linee guida per affrontare il razzismo, il che suggerisce una
determinazione encomiabile per combattere la discriminazione in questo sport.
Per
questo troviamo sconvolgente che questa stessa organizzazione dimostri una
totale insensibilità nei confronti della palese e radicale discriminazione
inflitta a donne e uomini sportivi palestinesi da parte di Israele.
Nonostante
gli appelli diretti da parte di rappresentati di questo sport in Palestina e di
organizzazioni antirazziste e per i diritti umani in tutta Europa, l’UEFA
premia il comportamento crudele e fuori legge di Israele conferendole l’onore
di ospitare il campionato europeo UNDER 21 il prossimo mese.
L’UEFA
non dovrebbe permettere a Israele di utilizzare un prestigioso evento del
calcio per mascherare la negazione razzista dei diritti dei palestinesi e
l’occupazione illegale di terra palestinese. Esortiamo l’UEFA a seguire
l’esempio coraggioso dello scienziato di fama mondiale Stephen Hawking che, su
consiglio di colleghi palestinesi, ha rifiutato di prendere parte ad una
conferenza internazione in Israele.
Invitiamo
l’UEFA, anche in questa fase tardiva, a rivedere le scelta di Israele come
paese ospitante’.
Di seguito, il video del gruppo Irlandese U2 dal titolo 'Sunday Bloody Sunday'. Anche se il brano fu scritto per la guerra civile dell'ULSTER penso che rappresenti in toto ciò che sta accadendo da un secolo in Israele. Buon ascolto.
Non è mai facile scrivere un nuovo post perché a volte gli
argomenti che frullano in testa sono tantissimi. Altre volte, invece, la mente
si blocca e tutto diventa più difficile.
Sono
successe troppe cose in questo mese per rimanere in silenzio. Non basterebbe un
blog per raccontare lo sdegno e la vergogna di una paese intero destinato alla
deriva.
Una
coalizione votata da milioni di persone che forma un’alleanza con chi ha fatto
della disonestà e della corruzione un elemento fondamentale.
E
poi i continui suicidi per la mancanza di un’occupazione, un precariato che
uccide. Una situazione economica che toglie fiducia e crea malessere, valori
comuni che si eliminano a vicenda lasciando vuoti incolmabili.
Ecco, quello che
gli studiosi definiscono ‘disagio sociale’, crescere e salire alla ribalta. E’
questo che hanno voluto, è questo che rende ognuno di noi sempre più
vulnerabile con le certezze che crollano e si riflettono inevitabilmente sul
nostro corpo.
La
tragedia avvenuta a Boston, durante la maratona, l’episodio del Ghanese Kabobo
che con un piccone colpisce persone inermi nella periferia di Milano.
Non
si può più rimanere in silenzio.
Gli
argomenti citati in queste pagine sono stati spesso tacciati di monotonia e di
trattare argomenti sempre meno interessanti.
Al
contrario, temi come il disarmo negli Stati Uniti (e non solo lì…), il degrado
delle carceri e l’abuso della forza di polizia, le difficoltà negli ambienti
lavorativi e il sempre continuo paragone con dei pezzi musicali della storia
possono sicuramente aiutare ad abbattere il silenzio e la rassegnazione che
vedo negli occhi delle persone.
Soltanto
chi già sta bene economicamente continua ad essere felice, come se tutto questo
non li toccasse. Questa situazione li porta inevitabilmente a sentirsi
autorizzati a trattare gli altri come degli inetti, dei parassiti da comandare
a bacchetta.
Questa sensazione capita soprattutto e in modo particolare sui
posti di lavoro; il datore di lavoro o il dirigente si sente autorizzato a
trattare il suo sottoposto come se fosse a sua disposizione, non è più una
persona, non è più un essere umano con una dignità.
Non
è mai giustificabile chi utilizza la violenza per colpire ‘la massa’, non è
ammissibile.
Ma
le domande che vi pongo sono le seguenti:
quanto sono responsabili i comportamenti
delle persone che ci comandano, che ci sfruttano ogni giorno per capire le
reazioni spropositate di alcuni soggetti?
Quanto quella che una volta veniva
chiamata ‘borghesia’ alimenta quotidianamente la nostra rabbia?
Se
si colpisse direttamente loro, il loro patrimonio, come potrebbe reagire ‘il
popolo’? (se ancora esiste un concetto di popolo).
Sono
consapevole che a queste domande non avrò mai risposte anche se, chiaramente,
questo sarebbe un ottimo luogo per iniziare a discuterne in merito.
Sono
passati ben quarantasei anni da quel lontano Febbraio 1967.
In
un piccolo studio di San Francisco un gruppo di nome Jefferson Airplane confezionava uno dei più grandi album della storia del rock e della
psichedelia. ‘Surrealistic Pillow’ parlava già di disagio sociale, di
cambiamento e soprattutto di speranza. Questo chiedevano i Jefferson capitanati
da una delle prime ‘front-woman’ di sempre, la splendida ed eterea Grace Slick
(nella foto).
L’emblema
di quel periodo (e non solo) è il brano ‘White Rabbit’ (‘Bianconiglio’) che con
un testo pazzesco e pieno di allusione rende ‘Alice e il paese delle
meraviglie’ e il suo Bianconiglio simbolo della California e degli Stati Uniti.
L’invito specifico è ‘nutrirsi della propria testa’, la musica è un vortice che
con il correre del tempo avvolge tutto il corpo, un vero e proprio ‘trip’ che
porta l’ascoltatore a lasciarsi andare in un mondo parallelo e a porsi delle
domande sul da farsi, su che cosa materialmente può accadere per rendere tutto
un posto migliore.
A
volte, forse, basterebbero un pò di viaggi, un pò della bellezza e violenza di
Grace Slick per rendere tutto più semplice e, semplicemente, ricordarsi di
essere uomini.
A
voi i commenti my darklings, a voi le sensazioni su queste domande con la
speranza che tutto ciò finisca così presto che anche il tempo distruggerà ogni
cosa.
Traduzione del testo 'White Rabbit' dei Jefferson Airplane
BIANCONIGLIO
Una pillola ti rende grande
e una pillola ti rende piccolo
e quelle che ti da la mamma
in fondo, non fanno nulla.
Domandalo ad Alice quando è alta tre metri.
E se vai a caccia di conigli
e sai che sta per cadere,
digli che un bruco che fumava il narghilè
ti ha chiamato.
E chiama Alice quando è piccola.
Quando gli uomini della scacchiera si alzano
e ti dicono dove andare
e tu hai appena preso qualche specie di fungo,
e la tua mente si muove piano
va a domandarlo ad Alice, penso che lei lo sappia.
Quando logica e proporzioni cadono fradicie e morte